martedì 28 gennaio 2014

Caterina Davinio e la poesia del "disordine"

Felicissimo di ospitare in "Transiti Poetici" i componimenti poetici di Caterina Davinio, una poetessa singolare che affonda senza scrupoli e senza falsi pudori la sua lama poetica diritto nel cuore della vita sua e delle persone che ella scruta, osserva nel dettaglio dei loro gesti anche minimi e usuali. Emerge da questi versi concatenati un amore puro per la verità e per il sentimento, scevro da ogni possibile stereotipo e da ogni sorta di pregiudizio. La poesia è verità essenziale che travalica ogni barriera e ogni impedimento, sprizza comunque viva e solare anche da situazioni che possono sembrare scabrose, inopportune. Ed è così la poesia di Caterina Davinio, un canto che si eleva al di sopra degli schemi quotidiani, con forza e luminosità di immagini.

Gli amici lettori che ci seguono sapranno certamente aggiungere altre importanti riflessioni. 

Il suicida

Sul carro del buio
sedevo a stento
quando la notte
si precipitò su di me come un demone
chiedendomi conto
del mio senso.
Dietro ogni finestra
viveva una famiglia
una luce accesa
e io in strada
prendevo bastonate
dalla mia solitudine
tanto che annichilito
lanciai un grido in me
di stupore
come bestia ferita a tradimento,
e spenta come colui che muore,
che deve morire,
vidi le luci correre
sul Lungotevere
e il buio tutto intorno a me.
Le pietre bianche erano spettrali,
volevano la mia fine
e il destino mi spremeva lacrime
come un mantice, una spugna d'aria,
con mani possenti
prive di pietà.
Me ne andai fuggendo
come l'ultimo respiro
ucciso dal momento,
il nulla graffiava forte
nel baratro dov'ero caduto
più povero che mai
e cieco,
senza forze,
ché anche la notte corre
e ha le sue destinazioni
inconosciute,
mentre la mia finiva lì,
e saltai dal ponte.

(Da: “Il libro del disordine”, in Fatti deprecabili. Poesie e performance 1971 - 1996, Premio Tredici 2014).


Il mio amico Demonion

Dopo una dose
rimanemmo al baretto
del più e del meno,
tu aspirante avvocato,
io aspirante niente,
è che avresti voluto amarmi
per una notte
e io tergiversai
perché la mia notte è capricciosa
e tu famigerato tossico di quartiere
non eri nelle mie corde,
il buio tutto intorno
apriva le sue ali su di noi
dinanzi un bicchiere.
Tu ti disamorasti a stento,
io, io ti avrei voluto per puntiglio
per metterti in un elenco
di tipi strani e significativi,
ma l'intimità mi era avversa,
avversa al mio cuore sterile
innamorato di altre vie.
Così andammo
ognuno al suo destino,
tu ubriaco,
io drogata,
nella notte dei bassifondi
dove ci eravamo cacciati,
scesi dalle nostre case di notai
e professori incapaci
dei propri figli traditi,
per una notte bianca di bianco, stupida,
dove rivendicavi una ballerina da night,
quasi una prostituta,
per un abbraccio caldo,
per un abbraccio da niente
che a te sembrava vita sufficiente,
che ti somministrava quel piacere sovrumano
che un uomo addenta come selvaggio,
ella ti diede sesso senza questioni,
senza promesse,
mentre io che cercavo l'eterno mi persi
nelle disquisizioni
che a un uomo non danno pane
né ventura.
Così finì quella notte
e noi tornammo
in case nemiche,
spenti dalla droga,
entrambi
disamorati dell'amore.

***

Al Piper con Chiara, la mia amica

Al Piper rocambolava la notte
di corpi mossi nell'euforia della danza
lei, la mia amica, era depressa
ella vedeva lungo sul proprio disamore
di spacciatrice tenera,
di lesbica chiusa alle speranze,
desiderosa di veleno.
Nel carambolare del night
tra il rumore assordante
volle un gesto seduttivo per il non amore:
mi regalò un pezzo di fumo
tra due dita
come un fiore,
e poi mise la sua lingua nella mia bocca
mostrandomi quanto può essere dolce
la sponda amara,
e io risposi con la mia lingua
che sapeva il rapimento della notte,
di quei suoni che andavano
a rotta di collo per condurti
agli inferi più dolci.
Fu il momento più bello con la mia amica,
un'icona dell'essere perduti,
andati,
e senza rimorsi né
aspettative per questo futuro avaro di note.
Lei era bella come un uomo
con bicipiti e tatuaggi sfrontati,
lei sapeva farti nascere
la voglia di camminare lungo l'asse d'equilibrio
sul baratro di un mondo perso e scostante, nemico,
lei viveva spericolatamente l'ora, e ti trascinava
nel suo abisso così tenero,
tanto che m'innamorai e presi dell'ora il momento,
le dissi che essere amanti era il progetto
di me incapace di fedeltà
con i ragazzi,
ammalata di siringa e di linee,
d'esperienza, di veleni,
vogliosa di voluttà antica, senza nome.
Ciao, amica mia,
serbo il tuo ricordo
in una fotografia del cuore
che nulla dimentica se non momentaneamente:
finì la notte al Piper
e fummo di nuovo amiche
che nella strada andavano
fianco a fianco
cadendo ad ogni passo verso il perdono,
crollando dove colpisce l'eterno
i nostri passi precari sulla terra.

***

Luna di miele

Noi avventurosi di un giorno
sposi promessi dall'errore
che ci accartocciava come foglie fradicie
sollevando vento
e spremendo desiderio,
spinti dagli eventi andammo
al luna park
sha-na-na-na-naaa!
Questa non è l'America,
è un luna park di poveri,
sulle macchine a scontro
piroettiamo in pista tra le luci
e i soldati di colore
come girandole sbattute dal fuoco,
mi ubriacai e fui sola,
sola con te accanto,
ebbi lividi alle ginocchia mentre rabbiosa
viravo contro l'universo
arrabbiato
e il juke-box suonava:
“Questa non è l'America”
e noi andavamo portandoci sulle onde
il nostro fardello di drogati
di tempo e sole;
era il mare di Serapo,
militari americani in vacanza,
era il tuo amore
che nasce sul mio come l'erba cattiva
che si arrampicava sugli specchi
delle nostre ombre.
Il bar risuonava di quelle note
non è l'America
una parte di me morirà
così cominciò la nostra storia di dannati sposi
con una luna di miele in un luna park
tra le caserme alleate
e due birre in un bar,
per poi tornare nell'auto sgangherata
rombante i suoi tuoni
e ridere,
questa non è l'America,
e mi spezzavo nel niente,
mi dicesti che mostrare
l'amore è vile e vulnerabili ci fa e senza senso,
perdenti e umiliati a noi stessi e all'amato
ma io non seppi nascondere
le mie miserie
la mia povertà di ultima
le mie lacrime di ammalato,
di principiante.
Così mi colpisti sul volto stremato
con parole
come coltelli,
nella camera d'albergo da poco
su quel lungo, lunghissimo lungomare
di una città spicciola di frontiera.
Questa non è l'America,
fratello, fu la prima volta
in cui, d'innumerevoli,
mi facesti male,
come fa male un chiodo,
come logora un nodo,
come schiaffeggia una mano cattiva,
e la povertà ci rese giustizia
come una foglia
nel vento.

Da: Caterina Davinio, “Il libro del disordine”, in Fatti deprecabili. Poesie e performance dal 1971 al 1996, Premio Tredici 2014 (in corso di pubblicazione).

Caterina Davinio (Foggia 1957), tra i pionieri della poesia digitale, ha esposto in oltre trecento mostre internazionali, tra cui sette edizioni della Biennale di Venezia ed eventi collaterali, la Biennale of Sydney, la Liverpool Biennial (Independents), la Biennale de Lyon, la Athens Biennial, la New Media Art Biennial di Merida, e molte altre. Inclusa in pubblicazioni e collezioni italiane e straniere d'arte, letteratura e avanguardie, ha ricevuto premi in Italia e all'estero per l'attività letteraria e artistica. Ha pubblicato i romanzi Il sofà sui binari (2013), Còlor còlor (1998); per la saggistica: Tecno-Poesia e realtà virtuali (2002) e la raccolta di scritti sulla net-poetry Virtual Mercury House (2012); in poesia: Aspettando la fine del mondo (2012), premio speciale Astrolabio per l'originalità del testo, Il libro dell'oppio (2012), finalista nel XXV Premio Camaiore e nell'XI Premio Città di Sant'Anastasia, Fenomenologie seriali (2010), terzo classificato nel Premio Carver e menzione speciale nel Premio Nabokov. In corso di pubblicazione: Fatti deprecabili. Poesie e performance 1971-1996, Premio Tredici 2014.

6 commenti:

  1. Poesie di una realtà vera, umana, troppo umana, schietta di un aveu teso ad affrancare l'anima in risvolti di un dire nerboruto, aspro, frontale, doloroso, anche, ma adatto eufonicamente e verbalmente a dare corpo alle impellenti esigenze del sentire. Un sentire mai frettoloso, ma riposato, decantato, dopo il percorso di una via crucis, per un processo di meditazioni: "... e la povertà ci rese giustizia/ come una foglia/ nel vento".

    Nazario Pardini

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    1. Nazario Pardini:
      nazariopardini.blogspot.com
      Alla volta di Léucade blog

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  2. In queste poesie un po' scandalose, dense e dure, c'è un amore di vivere pericolosamente e velocemente; si passa da un (tentativo?) di suicidio a una vuota serata al bar con un amico tossico, da un amore lesbo colmo d'inquietudine e precarietà a una "luna di miele", in realtà una giornata al luna park (dopo la prima notte) di due dolcissimi sposi/amanti poveri, segnati dalla tossicodipendenza e dall'alcolismo. Queste poesie sanno dare, a chi le sappia raccogliere, una vertigine di emozioni e riflessioni legate a un modo sotterraneo, underground, tuttavia segnate da un disarmante bisogno d'amore, e sanno leggere nelle inquietudini di un'intera epoca (1971-1996?). Aspetto con ansia che esca questo libro di una scrittrice tra le più appartate e significative di questi anni.

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  3. Poesie forti e diverse, come la materia che raccontano: spiazzano il lettore posto di fronte alla durezza di certi contesti sociali di emarginazione, ma visitati con compostezza e rispetto, in una drammatica e inquieta autobiografia. La lingua rimane alta, e pure nel fluire quasi fisiologico che alterna versi liberissimi, brevi e più lunghi, conserva un respiro colto e quasi classico: "crollando dove colpisce l'eterno / i nostri passi precari sulla terra".

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  4. Tenere storie di perdenti. Belle.

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  5. Linguaggio, scabro ed essenziale, che si modella sulla realtà narrata creando dei flash, immagini e scorci di un mondo marginale, sommerso; le poesie sembrano attraversate da una frenesia di vivere velocemente, di sperimentare tutto, tipica di certa cultura alternativa di quegli anni, come di oggi, eppure con una loro malinconia, che le impreziosisce. Grazie del post.

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