giovedì 23 agosto 2012

Marisa Papa Ruggiero e la sua "pelle di bosco"


Eleganza e tantissima sonorità, luci e colori, caratterizzano la poesia di Marisa Papa Ruggiero, presente nell'enclave poetico napoletano di spicco ma anche negli ambienti letterari nazionali di grande rilievo. La sua attività letteraria è molto intensa, con presenze assidue ad eventi di particolare pregio e importanza, ed anche come collaboratrice di riviste letterarie quali, ultimamente, la napoletana "Levania".
In questa silloge dal titolo "Nella pelle del bosco", tratta da poemetti editi e inediti, che molto volentieri proponiamo in questa pagina di "Transiti Poetici", Marisa Papa Ruggiero conferma, se mai ce ne fosse necessità, la sua ottima cifra di poetessa che pone nella parola poetica il suo grande e giusto valore, arricchendola e integrandola, come dicevamo, di aggettivazioni sonore, pittoriche e illuminanti che rendono il testo, e i versi, pregni di rimandi e di richiami.
Ma a questo punto invitiamo gli amici che ci seguono su questo blog a proporci altre interessanti riflessioni o commenti.

 (da poemetti editi e inediti)


                                 < Nella pelle del bosco >

I

(…)

Sorprende il polso l’urgenza
di spinte avverse
sfila il nervo il morbo

di una marea anteriore,
prende voce
angolare
di parvenze in viaggio
di ogni fatica d’orme
in ogni fiato o timbro che attraversa

e ne rivolta i segni
l’ordine compiuto,
la sorda fame la frattura elementare

su cui la morte veglia
                      e mette in sequenza i segni
le gole chiuse i varchi
tutti i sentieri
che la talpa conosce

i rivoli senza memoria senza uscita,
le cripte cieche 
della terra
le vie sacre.
                   
(da: Spartito fossile, poemetto inedito)


II

Sottratta al suo silenzio
scorre e guarda, qualcosa
che si stacca

e muta in estro
                               là dove l’acqua non specchia,
che torna e cresce, che altrove
mi precede
           - fondo moto di sé srotola in tondo -
frammento rinato
e traslato che prelevo
alla mia fibra:
                    non corpo
                                      non voce,
è un passo che nasce dal buio
che s’acqueta di selve,

da questi occhi
ha appreso la lotta,
questi occhi che mettono radici

come piante che si capovolgono
nell’acqua
                                               per tali vie
c’intendiamo
scorriamo in lente trasfusioni
con l’aria e l’acqua e tutti
gli elementi in comune:
queste vene che sembrano rami
che sono
                       steli e stami,
che mettono foglie…


III

Al gelo potato nel respiro
scende
alla nuda origine
con tutto il suo dolore il suo
grido
                          di cruda luce

scende l’intero buio

cerca il punto dove scoppiare
nell’abisso del primo verde

nido di linfa cerca

                   una voce rischiosa:
zampillo in agguato in ascolto
su timidi steli
                         trillando s’adesca…
                        
                         gestanti parole chiedono di entrare.



IV

In lamine d’equilibri brucia
sull’asse dell’oscillazione

l’istante più esposto
della freccia
con la punta spezzata
nell’enigma
su capovolta acquaforte
                                       d’un introvabile esemplare
su cui fu inciso un nome.

( II, III e IV da raccolta edita)


V

Fiore di ghiaccio

Filigrane sull’iride 
di seta e di gelo
nate  / in grembo alla   /  notte
da silenzi di neve
da scintille fredde   /    e cristalli
                                       
fuori   /  d’ogni   /  nominazione

/  di sette luci in cammino
                                            trapunte nel   /  fiore
che immobile varca

i battenti   /  dell’alba
e  al   /  chiarore che avanza
discioglie
sgomento
l’ incanto.

( da raccolta inedita)


VI

Teatro vegetale

A tonfo ciottoli    si sporge
fuori asse
la sgranata cima
a cigolio    di venti
                  sfiatati d’echi    in ogni

voce trasfusa    in schegge
               in ogni goccia     carminio
che il bagolaro spreme
per fameliche    bocche
                 in questa   svolta  che    tenta
il vuoto d’aria    e resta

fluttuante il bosco
che prima    dello sguardo    vede
                          qui a fari spenti
a passi disuguali
         m’indebito    con    la morte
                e allento lo spago    che mi tiene.

( dal poemetto in corso di stampa: Latomia )


VII

Attorno all’asta spiralica
l’inesplicabile
addestra i segni
per nevischi e sdruccioli
su piani scorrevoli
o su scale abrase ai pioli

per gomene senza imbarco
istoriate su antiche mappe
reggendo l’ordine dei fili

o quello scarto in più
in bilico sul fiato.


VIII

Ruotare il corpo, cercare
il punto d’intarsio
con la pelle del bosco

           avviene
per attrazione dei contrari
il paesaggio dei profili, avviene

pensarmi adesso
in altre pulsazioni
e mi vedo coincidere
con lo stesso campo visivo

della sovrana roccia che mi guarda

e mi sconfina in un dettaglio
fuori asse
che rompe dentro
l’assetto alle parole

se penetro
nel fitto potrei
smemorarmi
sparire.

( da: Latomia )



IX

Lo seppe così, semplicemente

Davanti al bosco.

Tra le creature che attendono il buio

Al raduno distante

Fermò i suoi passi.

Lo seppe dentro

E l’attesa fu quieta:

Silenziosa,

Immensa

Vide levarsi la Notte, 




L’ultima.

(da Origine inversa)



X

(… )

Bistrata di pulviscolo
l’uscita si ritrae
prende una direzione acuta
per luce blu vacilla
              dove ti fermi a bere

prende altro rosso
l’acero trionfale
            senza fretta di nuovo
cambia volto il bosco

e si fa densa la scena
sulla pelle riscrive cifrati accordi
fruscii rasoterra
tra le felci
sono io che li cerco
io li guardo
cogli occhi di un altro

(…)

(da raccolta inedita)

Marisa Papa Ruggiero è nata a Roma, ma vive a Napoli, dove ha insegnato per un trentennio nei Licei. La sua attività creativa (poesia lineare-visuale, prosa e critica) è documentata in diverse pubblicazioni antologiche e in riviste quali: «L’area di Broca», «Offerta Speciale», «Oltranza», «Lettera Internazionale», «Novilunio», «Risvolti», «AD HOC», «Paradossi Visuali», «Accenti Mundus». In «Poesia» è apparsa nella rubrica a cura di Mariella Bettarini: «Donne e poesia». Tre sue raccolte poetiche: Terra emersa (1991); Limite interdetto (1993); Origine inversa (1995, Premio Minturno); Campo giroscopico (1998); Persephonia (2001, presentato più volte come evento teatrale); Oblique ubiquità (in Locus solus –2003); Energie di campo (in Al di là del labirinto, 2010). Tra i libri d’artista: Il passaggio dei segni (2003); tra le opere in prosa: Le verità bugiarde (2008). È stata redattrice delle riviste: «Oltranza» e «Risvolti». Ha collaborato come redattrice alla fondazione della rivista di letteratura «Levania».

7 commenti:

  1. Scrive Eugenio Lucrezi. Esperienza di profondità non di rado abissale, pratica non sicura, non lieta, di esplorazione del buio, del non ancora detto, dell'indicibile: questa la poesia di MPR, che per il suo racconto sceglie la spaziatura tra versi e nell'ambito di ciascun verso, la trama vasta della stesura, lo spazio bianco, inarticolabile, accanto alle parole dette, la smagliatura a fianco del costrutto, il guadagno della percezione e del significato a lato della via della perdita. Esperienza totale e irriassumibile, bistrata di pulviscolo / l'uscita si ritrae, la poesia non si fa bastare le porte, le vie di fuga.

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  2. .... la parola travalica "il significato", lo amplifica. Mentre leggo i versi di Marisa, le immagini diventano visioni, si colorano, sfocano con trasformismi che incatenano l'attenzione e come "vasi comunicanti" riversano suggestioni e armonie .....

    Pina Cannizzo

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  3. Liliana Ugolini25 agosto 2012 06:48

    Poesia passionale e nello stesso tempo scarna, essenziale. I chiaroscuri slittano in lati, la visione è multipla. Affonda la ricerca del senso in una bellezza che la parola crea e tutto è densità. Immagini senza tempo sono evocate in immedesimazioni e la natura ne è fonte vitale. La morte attinge al dubbio. Liliana Ugolini

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  4. Una parola alchemica quella di Marisa Papa Ruggiero così com'è carica di empatia e sacralità verso le materie e le fibre del "regno" (minerale o vegetale che sia). Una parola che sperimenta e "assaggia", porta alla bocca ogni sentire (e non era forse questo il metodo sperimentale degli antichi alchimisti, quello di assaporare gli elementi, dalle coertecce ai sali?)
    A questa parola che fa buon uso della prospettiva nulla è alieno: l'immersione in altre pulsazioni può persino testimoniare il rischio di uno smarrimento, un deragliamento dal logos, un andare oltre i confini dello sguardo dell'altro e così "smemorarmi, sparire"...
    (Letizia Leone)

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  5. Pubblico qui di seguito un bellissimo commento di Mariolina La Monica, che ringrazio di cuore:
    Poesia raffinata, ricca di pathos e d’intensa tensione emotiva che riporta l’idea del dramma vissuto interiormente e mai risolto: “-fondo moto di sé srotola in tondo-“. Versi pregni di richiami ed espressioni armoniose che rimandano il lettore all’enigma, all’indicibile nascosto.
    Magnifica la scelta di guardare se stessa e il mondo circostante “in suggestu”, di procedere lungo la strada di un surrealismo di tipo aragoniano in cui il canto diviene scavo, lotta, follia ed estrema saggezza del vivere. Fondamentale quella di uno stile che si muove autonomamente tra inventiva e metafora, spaziature tra parola e parola e stacco di uno o più righe tra verso e verso e spazi vuoti, ricercatezza di forma ed immediatezza di espressione; risonanze e consonanze melodiche, validi paradigmi e congrue aggettivazioni, utili alla comprensione del sentire dell’autrice, del suo zampillare in noi con la certezza che il suo intendere, nella universale tensione che ci accomuna, divenga quello di noi lettori, osservatori e fruitori di una poesia senza tempo.
    Mariolina La Monica

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  6. Un caloroso ringraziamento a Pino per l'ospitalità, e a tutti per i significativi commenti.Sono grata a Letizia per aver rilevato, empaticamente,certe "materialità fibrose" implicite nella mia esperienza di scrittura disponibili a tramutarsi in nuovi elementi, sapori, sostanze, in cui "nulla è alieno" o appartato in una chiusa esclusività. Anche Liliana e Pina hanno posto la loro attenzione sul tratto vitalistico e sulle connessioni interne di < natura e visione > in un alternarsi di passaggi di allusioni, di rimandi. Un'accentazione critica assertiva, quella preferita invece da Lucrezi, che si sofferma sulla forma metrica e nel contempo non rinuncia a finalità interpretative testate sulla linea della pura astrazione. E per ultima, ricevo questa intensa, bellissima annotazione di Mariolina La Monica che coglie con finezza non soltanto certi ritmi e misure legati alla ricerca linguistica, ma la tensione di un vissuto sofferto "e mai risolto", che non smette di offrirsi al contatto nel profondo con altre interiorità. Grazie di cuore! ciao a tutti, Marisa

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  7. Angelo Veltre 3 settembre 2012
    Le parole di Marisa Papa Ruggiero, stringate e pregnanti, ti invitano a fare conversazione, cosa diversa dalla chiacchiera e dal bla bla bla dei critici volanti pronti a pontificare un minuto dopo la lettura.
    Conversare nel senso di parlare del verso e della parola scelta.
    La posizione di chi legge è tanto insicura quanto quella di chi scrive se incontra nel testo resistenze e rimandi, immagini e sensazioni difficili da catalogare come può essere un’esplosione pirotecnica.
    Con i versi di Marisa ho passeggiato nel suo bosco “ con gli occhi che mettono radici come piante che si capovolgono nell’acqua”
    Ho sentito “la voce rischiosa dello zampillo che trillando s’adesca sui timidi steli”. Ho visto “il fiore di ghiaccio nato da silenzi di neve, le sette luci dell’iride che al chiarore dell’alba discioglie/sgomento/l’incanto”.
    “se penetro nel fitto, potrei smemorarmi e sparire”.
    Il verso è eloquente per finirla così.
    Angelo Veltre

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