venerdì 31 agosto 2012

Bruno Bartoletti: sparire in silenzio

Abbiamo già pubblicato giorni fa alcuni interessanti testi di Bruno Bartoletti. Lo riproponiamo una seconda volta, su gentile richiesta di Narda Fattori, che ha scritto per lui una approfondita nota critica qui di seguito riportata.


Bruno Bartoletti, "Sparire in silenzio ritrovando il vento delle strade", Youcanprint.

Nel taschino l'ultimo verso
Oggi l'inferno ha altri volti, oscurità e schegge. Oltre il confine il buio.
Nella stanza il freddo chiarore di un'alba di dicembre, pareti
bianche di ospedale, la mano alla maniglia, il treno che non parte.
Attese di autobus sempre vuoti. Non c'è nessuno in giro a
quest'ora. Solo silenzio. II silenzio è una parola vuota.
Rami scarni contro il cielo, una lunga interminabile prospettiva
disadorna, attaccapanni spogli ove impermeabili grigi stanno appesi.
E' il giorno della memoria, il giorno dei santi e dei martiri,
troppo presto dimenticati. Nuvole fosche e un vento sibillino soffia sulla terra.
Solo una donna incontro nella nudità dei giorni. 

I
Stava fuori la promessa
ed era tutta raccolta contro lo spigolo
del letto, a malapena rischiarata dalla luce obliqua
del balcone,
una piccola luce, mentre tutto oscillava
e si inabissava nei perchè,
nelle ombre sul muro,
nell'acqua che continuava a cadere,
fredda e insistente come le parole su quel corpo
di lui immobile.

II
Poi ritrovarsi tutta aggrappata sul predellino del treno
sotto la pioggia, in quell'abito bianco
che pareva uno straccio, lei, il suo volto bianco,
bagliori di un corridoio d'ospedale,
i vetri dei finestrini riflessi
tutta la storia rappresa a quella maniglia,
a quella inutile presa.
Domande che non hanno risposte, tutte
nel silenzio, quando muoiono i giorni
e ancora non sei pronto
mentre già l'altoparlante annuncia: 

- E’ in partenza dal binario numero 24 ... -
Leggere ancora, per non dimenticare, leggere nel silenzio.
Oscilla l'ultimo verso, il viandante si allontana, di profilo la sua
ombra e un taglio di luce, non ha forma. Procede.
Sibila il vento sui rami disadorni.
Le parole si inseguono come tagli di scure, come i numeri
sull'avambraccio. Solo numeri. Non ricordo nient'altro. La bam-
bina aveva scarpette rosse e un abito bianco e occhi grandi.
Riccioli biondi.
Non è cosi che si deve partire. II camion è pronto. Mi hanno spinto
per farmi salire, mi hanno buttato come un attaccapanni, abito
grigio, scarpe afflosciate.


Nel taschino l’ultimo verso di Invictus

Avanza rapido il giorno ed è un giorno che non ha mai fine.

Una stanza d'albergo a due stelle,
la luce scarna sulle braccia
e lei che tossisce
vicino alla stazione
in un sottopassaggio
ho girato l'angolo senza chiedere nulla
ho disceso le scale
e ho aspettato l'arrivo dell'ultimo autobus.

*

Una vecchia Guzzi e mio padre
- mi sembrava un gigante - sui tornanti.
Mi diceva indicando uno spicchio più azzurro
tagliato lontano tra i monti:
- Vedi? Quello laggiù è il mare -.
E aveva un limpido riso da buono
mio padre che appena conobbi
e risento quel dolce sapore
di azzurro tagliato tra i monti.

La vita si inerpica a volte si sfascia,
ma restano sempre i più dolci
ricordi.

 Le mani che cercano  l' ombra.

*

Ancora quel suono, quel suono
che taglia la notte recide oscure memorie.
Un’auto o una moto che ingoia nel buio la strada
un giovane forse che torna o che si allontana.
E vado pescando ricordi dei tanti
compagni di viaggio, dei tanti da tempo già scesi
in qualche perduta stazione.
Li conto a memoria, non manca nessuno,
l'amico più caro ancora sorride.
E’ tardi
La  notte ha un sapore di cose lontane.

*

Se appena nel soffio questa foglia,
forse un poco sbeccata per le troppe
battaglie, svenata appena, è ancora
sospesa al tralcio
questa foglia che vede, già vede
tramutarsi il colore e le sue vene
seccarsi
e già si gode il lento, ondeggiante
cadere, già si sveste di ombre
dopo tanti, oh sì tanti frastuoni,
che era vita la sua, e ancora trema
sotto l’acqua ed il vento ...
anch'io mi sento, non vuoto,
già staccarmi dal ramo ...
Prendimi terra, annegami, fammi tesoro
di altre forme, accoglimi non già morente,
nuovo per altre immensità, per altre vite.

*
E parlammo di te attorno ai fuochi,
nella sera suadente e sul mantello
una luna di carta per sognare
i segreti del tempo, e la tua voce
come un soffio di nuvola sui tetti a
ricordarci degli anni, dei segreti
che il tempo senza tempo ci ha lasciato.
Ora che la distanza ci allontana
saperti ancora ferma in riva al mare
con gli occhi tristi e il volto dentro il vento
mi dona questa eterna giovinezza
e il senso di un eterno raccontare.

*

Così lontana vieni a me, vengono ombre
ancora nella notte, passano accanto,
ombre lontane ed in quel suono sono
mille memorie a raccontarmi, sono
radici asciutte nella carne.
E un rombo che cresce e spegne oltre le voltate
tutti i miei anni, i compiti, radici
gli amici miei, quelli perduti o scesi
prima del tempo.
Incombono i dirupi e questa strada
si fa più scarna cruda.

*
Non so perdonarmi
di esser vissuto più di mio padre.
I padri sono forti, ci restano accanto,
non muoiono, non possono andare per altri tramonti.
Mio padre portava il piccone, sul capo la lampada,
e aveva un volto da buono, mio padre
con gli occhi lontani.
Ancora la terra non grida, chi muore
non ha che un respiro. 

Testimonianza di una età - la nostra - e di un crepuscolo, se la poesia è anche divenire e, in qualche caso, sofferenza, come dichiara l'autore nel breve saggio finale. L'incipit  e la chiusura prendono lo spunto da alcuni versi di Nicolas Bouvier, il poeta a cui piaceva cantare la lentezza, versi che Bouvier scrisse alcuni mesi prima della morte. Canto di morte, dunque, questo viaggio in un altrove diverso, e canto della vita.
«La sua raccolta di poesie mi ha profondamente emozionato: ha l'andamento del viaggio verso la tragica conclusione del tempo, fra la verifica della memoria come unico valore pur nel dolore e nella fragilità delle esperienze e del sentimento e la consapevolezza fortemente morale del mondo spiritualmente perduto. II discorso è ampio, solenne, grandioso. Ci sono testi di straordinaria bellezza, come "Nel taschino I'ultimo verso", ma tutta l'opera è splendida, altissima». (Giorgio Barberi Squarotti, Corrispondenza epistolare del 9 marzo 2012).
Nulla si può aggiungere, nulla c'e da spiegare. La poesia è soprattutto ascolto e silenzio. 


Bartoletti non dimentica di essere un poeta e di tanto in tanto ci induce a soffermarci sui versi che ha appena pubblicato. Non lo si può neppure dire prolifico: tre, quattro libri in un paio di decenni al contrario fanno pensare a quanto lasci decantare la sua scrittura che, quando appare, deve essere armoniosa, coerente, non futile né inutile.
Credo che oggi i poeti debbano porsi proprio il problema della capacità di e-ducere della poesia nell’ambito della società e non ritrovarsi a contarsi in sterili reading di un do ut des; e si potesse dire sempre poesia questa scrittura bistrattata, usurpata, spesso di poco pregio, come andare a capo prima della fine dello spazio bianco o incasellare le parole una sotto l’altra come in un elenco.
Ma quali motivazioni ha il poeta, anche il poeta Bartoletti, che pure spinge sul pedale della memoria e dell’etica?
“Ogni tanto mi accorgo che la penna ha preso a correre sul foglio come da sola, e io a correrle dietro. È verso la verità che corriamo, la penna e io, la verità che aspetto sempre che mi venga incontro, dal fondo d’una pagina bianca, e che potrò raggiungere soltanto quando a colpi di penna sarò riuscita a seppellire tutte le accidie, le insoddisfazioni, l’astio che sono qui chiusa a scontare.”
questo scriveva  Italo Calvino. E citando Fortini, Bartoletti fa proprio il suo incitamento: forse la poesia non serve a nulla, “ma scrivi”.
Oggi credo che vi siano poche giustificazioni per una scrittura glabra, eccentrica, talora difficile come è la poesia; non dà né pane né gloria, neppure è pace o medicina; tuttavia resta quanto di più autentico per noi umani possa essere: incontro e scambio, gratuito, non monetizzato, profezia, visione, ricordo, fondamenta dell’identità.
Nei versi ci incontriamo e ci scontriamo, e lo facciamo da sempre, da quando l’uomo ha acquisito il suo statuto di umanità. E se, come dice Federica Nightingale, “La Poesia, non si muove e quando lo fa si muove poco. La Poesia è lenta, un bradipo con ali leggere, un volto senza corpo e fatto d'occhi. La Poesia non cammina, scorre. La Poesia non parla, segna. La Poesia non paga, ri-paga. La Poesia è un collo di cigno che guarda dentro il lago e, a volte, vede il futuro.” non incontrarla ci diminuisce e ci lascia in un deserto di solitudine.
Questo ultimo libro di Bartoletti, giunto dopo anni di silenzio stampa e di attivismo culturale, si mostra come una summa della sua poetica e delle sue riflessioni intorno alla poesia.
E’ totalmente un libro di prima della fine, un libro che ascolta i silenzi; i silenzi non sono mai vuoti, sono i coacervi della memoria, le voci degli assenti, ci parlano dentro e attorno si fa una gran quiete,  ferma e attiva.
Proprio come se questo fosse l’ultimo scritto, troviamo la memoria che signoreggia nei versi, l’intelligenza che cattura le immagini e le fa parlare; credo non manchi nessuno all’appello. Ci sono i versi sui fondamentali dell’esistenza: padre e madre e, mai come in questo libro, Bruno ci parla del padre, minatore, della meraviglia di se stesso bambino davanti alla Guzzi rossa e del cruccio del sopravvissuto, lui al padre, perché i padri portano fardelli e spartiscono sicurezze che vengono a mancare alla loro prematura scomparsa.
Non mancano le figure d’amore, bozzetti incantevoli per la moglie, il nipotino, gli amici, il proprio paese, la terra aspra e poco generosa dove vive e dove è bello vivere perché ogni sasso, ogni giunco, ogni finestra conserva un passo del suo farsi uomo.
Il libro, corposo, con una postfazione articolata che dà ragione delle scelte compiute, è suddiviso in due vibranti sillogi che tuttavia non demarcano terreni semantici, ma appena tracciano solchi tematici.
La prima parte è quella che più insistentemente riflette sulla poesia e sulla parola; vengono citati poeti e personaggi fabulosi come il gabbiano Jonathan, si affidano messaggi a poeti che sono stati, poeti che sono, poeti che verranno a trattare la parola che, usurpata della verità, aspetta che le sia restituita. “ Ho scavato parole/ ricordando la luce/ e rompere il silenzio,/ sul tavolo le poche piccole cose/ di qualche straniero.”; nelle parole dunque la luce, l’uscita dal silenzio, l’uscita anche dall’anonimato dello straniero. E’ in quella luce che l’uomo può non disperare, ma anche in quel silenzio vibra un’attesa di luce.
La lunga poesia ibrida che porta per titolo “Nel taschino l’ultimo verso” ci riconcilia con la bellezza che anche una situazione di abbandono e di solitudine può conservare se tutto è in poesia, in questo caso particolarmente ispirata e fortemente espressiva. Credo che Bartoletti farebbe sua questa citazione di Peppino Impastato, non poeta ma giudice martire : "Se si insegnasse la bellezza alla gente la si fornirebbe di un'arma contro la rassegnazione, la paura, l'omertà".
Uomo di cultura, Bartoletti ha sempre cercato di insegnare la bellezza, che non sta in canoni di misure e di accenti, ma in incanti e in stupori, in cose minime e altre grandissime, in una margherita come in una galassia.
Forse non mi sono soffermata sul carattere ibrido del libro: alle tante poesie sono frammezzati pezzi di prosa, ma tutto si tiene come le foglie al ramo, il discorso non cede, non si piega ad esigenze altre ed estranee.
Dire il tanto che contiene il libro è impresa ardua. Nessuno può uscire dalla sua lettura senza esserne stato modificato.
Il poeta Bartoletti ci mostra l’uomo Bartoletti con umiltà e maestria, con candore e filosofia.
Non è facile raggiungere simili vertici; forse bisogna veramente tenere tanti anni le poesie nel cassetto e tornare spesso a rincontrarle.
Narda Fattori.





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