mercoledì 28 giugno 2017

Ilaria Vassallo e la sua "Muta Vitalità"

Riprendiamo di buona lena la rassegna dei "Transiti Poetici", proponendovi la voce di una giovane interessante poetessa del nostro territorio campano: Ilaria Vassallo.
Ilaria Vassallo è infatti nata a Nola (Na) ed ha appena 19 anni; è studentessa del quinto anno del Liceo Scientifico Enrico Medi di Cicciano (Napoli) ed ha frequentato il "Laboratorio di Poesia" del noto poeta e critico letterario Carlangelo Mauro. Prossimamente, sulla rivista "Capoverso", sarà pubblicato un suo saggio sulla poesia di Maurizio Cucchi.
Riportiamo dunque qui di seguito alcuni versi tratti dalla sua raccolta "Una muta vitalità", Opera Prima uscita per i tipi de La Vita Felice Edizioni, 2017, con prefazione di Rita Pacilio, direttrice della Collana Opera prima della casa editrice, e con postfazione di Maurizio Cucchi.
La sua poesia si contraddistingue per uno stile originale e personalissimo, dove le cose e le situazioni narrate vengono frammentate e ispezionate intelligentemente fin nei minimi termini. E' evidente il suo studio approfondito e la sua ricerca, volti a produrre qualcosa di nuovo che vada al di là dei soliti schemi codificati, Anche la struttura poetica subisce l'influsso di questa sua innovazione, che si evince nell'evitare i titoli, in una punteggiatura appropriata, in un verseggiare che spiazza il lettore.

6

rinnega le sue mani, il suo tempo,
la clavicola sfinita
che esaltava la bretella
la cintura intrecciata,
troppo lunga, non tagliata.
il cuscinetto di piume,
per una testa e tre chili di chiodi

i sospiri, quelli pieni, di un fiato
deciso, che non suonava per lui.
le parole abbandonate, gli gnomi
e la ninfa, la linfa chiusa
nello scomparto delle ragioni

il viaggio del pensiero
che non trovava sbocchi,
non voleva semafori. il viaggio
della pelle che incurante lasciava
l'antiruggine cadere sotto il
recipiente del rimpianto.

non rinnega la blasfemia,
le urla a una madre, che ferma
su un lenzuolo, si professava sola.
sapeva di una testa, due braccia, un carlino.
non un figlio, due pianti, tre spine.

gli spruzzi cruenti, l'arancione,
la carta vetrata, le carte stracciate,
le chiavi rubate alla porta del cuore.
e l'acqua calda di quella notte ferma,

le corse, le ossa di una nonna,
il sangue della castagna marcia,
le onde dell'orgoglio,
i numeri sotterrati,
dalla terra fertile del sacro io.

rinnega la poesia,
questa, la sua,
parole vane
dipingono vuoti,
l'anima non sua, che agghiacciata
strabocca, stremato da un corpo che tace.

(Dalla sezione "Una ruga universale")

***

20

carte lucide di vernice,
che piego tra le dita,
stendo,
strappo,
mentre vi parlo.

carte di caramelle,
che sentono
decollare piano
il tepore
della mia inadeguatezza.
esplicita parola necessaria.

sono qui ora
in silenzio
ad ascoltarvi
cauto ridendo
dentro.

se non parlo e taccio
so chi sono
immobile
fissando il bianco
intonaco a pezzi
nell'angolo.

non ho pensieri
che sappiano parlare,
davanti ad anime
che vogliono essere

e a me
si professano vere.

(Dalla sezione "Un dio per i morti di ragione)

***

31

immenso con un calice
di vino rosso in piedi
al bancone del locale
nell'aria di compostezza
che lieta attanaglia
le stabili catene.
è tardi per sentire
questa adrenalina,
riempiva di vita una vita
a trent'anni.
eppure avevo visto
di sfuggita anch'io
le asole di una vestaglia di filo
in ospedale.
e non resta che recuperare
appena si esce dal grembo
la forza di nascere
che non si è avuta
fino a quel momento.

subito in pista per il traguardo,
vince la fine
del presente.

(Dalla sezione "Il mio nome è Vaçlav")



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