lunedì 19 febbraio 2018

Davide Cortese e la sua apparente "oscurità" poetica in "Darkana"


"Darkana" è il titolo della raccolta poetica di Davide Cortese, giovane poeta, nato a Lipari. Attualmente vive a Roma. "Canto della tenebra", la definisce Manuel Cohen nella sua dotta e dettagliata prefazione al libro, ma parla anche di "cometa" sul panorama del mondo. Non si scandalizzi il lettore, né tanto meno si lasci pervadere da un senso di velato sconforto, in quanto l'"oscurità", la "darkness", cui si accenna in questo interessante e direi profondo lavoro poetico di Davide Cortese, non è affatto mero terrore oscuro, ancestrale evocazione di spettri, fantasmi o altre espressioni tipiche dell'"horror" cinematografico o anche letterario. Qui la darkness, tradotta in darkana simulando epigraficamente un'avventura nel mondo incognito, è piuttosto intesa come ricerca del non conosciuto, ricerca che va oltre i confini del mondo (soprattutto interiore) per trovare eventuali risposte da aggiungere al quadro generale della natura. Ovemai fosse possibile ciò. Ma la poesia è risoluta, coraggiosa e potente, affianca la ragione per lunghi tratti ma poi la supera con l'intuito e l'armonia del canto, con il riflesso genuino della propria anima che travalica i confini materiali per entrare nella verità profonda dell'uomo, e per rivelarla: come in effetti fa il nostro giovane autore!
Da qui i riferimenti e i richiami più o meno evidenti al mondo orfico di Dino Campana, se non addirittura al fatidico "corvo" di Edgar Allan Poe. Ma naturalmente Davide Cortese indirizza diversamente, e in modo originale, il suo credo poetico, ipotizzando e attuando un metodo di ricerca che attinge lacerti di possibilità dall'arcano, da ciò che non si conosce ancora, dal dubbio, più che dalle certezze orride di un mondo inquietante e oltre-tombale. Una ricerca del tutto coerente, direi positiva e costruttiva, in quanto tende a ricostruire una parvenza di realtà ammissibile, concreta, partendo appunto dall'oscurità e dal mistero (da cui il titolo dark-ana, o meglio d-arcana, come giustamente fa notare il Cohen nella prefazione). Cercare di non perdersi nell'assenza di illuminazioni, nelle cose tenebrose della vita e del mondo che nascondono la verità, cercare di costruire una struttura valida atta a fornire almeno un tentativo di risposta convincente e aderente alla realtà, è impresa lodevole, soprattutto se si fa con un metodo e uno stile poetico accattivante, non privo di una certa ironia (o autoironia) come lo è quello di Davide Cortese, e soprattutto originale.
Per un maggiore approfondimento di quanto modestamente ipotizzato in questa breve nota di lettura, proponiamo ai lettori che ci seguono alcuni brani tratti da "Darkana" di Davide Cortese, al quale auguriamo altri meritati successi e affermazioni in campo poetico e letterario.


Navighi nel mio buio
tacendo la canzone antica.
Remi nel mio sogno di te.
Fendi  il mio mare segreto
nell’alba tragica dei miei occhi.
Tracci il periplo del mio volto
e indugi sulla mia bocca.
Ti sento tra le labbra
bruciare come nome proibito,
come una parola celata
che tutto avvelena del suo mistero.

***

Incedo ieratico e fiero,
nera perla di silenzio minerale.
La mantide verde tra i miei capelli.
La bocca come un taglio sul volto.
Mi illumina il fuoco dell’inferno.
Esulta la geenna nei miei occhi.
La strada guizza come serpe nera,
è destriera della mia nudità.
Mi porta sul suo dorso, la strada,
è la serpe che cavalco nera.
Incedo solenne nel nudo mistero
con il vento che trema tra i capelli.
E la mantide verde ha i miei occhi.


***

Sei bella e misteriosa
come la croce impressa sul dorso del ragno.
Le tue labbra e le mie parlano un solo silenzio.
Sei lo spettro di una rosa.
Le tue spine sanno ancora pungere le dita.
Sei bella e malinconica.
Piovi piano sul mio volto,
e luccichi come un bel dolore
sui miei occhi.
Le tue mani raccontano
fuochi arcani alla mia pelle.
Tra i tuoi capelli respiro
inverni che mi fanno gemere.
Respiro i tuoi inverni.
E piango.
Siamo avvolti nelle ali dell’amore,
io e te,
e mugoliamo bei silenzi
e verità dolceamare.
Sorridiamo della stessa tristezza
nelle luci affettuose del crepuscolo.


***

Amaro il profumo  di quest’ ora.
La freccia nel petto della gioia
è la nera lancetta del tempo.

Nessuno conosce la mia tigre di luce.
Neppure io stesso, ma bramo di ruggire.

Sia ora la mia tigre di luce,
sgusci dal mio sterno
per fuggire il buio.
Sia la tigre di luce,
lasci il mio corpo
per saturare il cielo.
Sia ora
e insegni al buio a dimenticarmi.
Io solo avrò memoria della tenebra.
Io solo le darò la parola.


***

Ho un fiore di carta sull’abito nero
e incedo sulla strada di un dolore di porpora.
Chi incontro è una donna dal viso di porcellana.
Mi toglie dal petto il mio bianco origami
e  sulla carta che disfa mi mostra
il nome suo e del luogo in cui andremo.



***

Spudorato angelo
dalle voluttuose ali,
io so tremare di verità,
e camminare immemore
di ciò che devo e posso
andando a prendere solo
ciò che immensamente voglio.
Tremo di libertà,
come di vento,
e non temo sguardo,
non odo sentenza.
Provate, o illusi,
a imbavagliare la tempesta.



***

Poesia fantasma
che appare nel buio
e sulle spine su cui si posa il giorno.
Poesia fantasma
che mi attraversa
col muto canto che accende un istante.
Profumo selvaggio
che fiora una rosa
donata qui, ora,
da invisibili dita.



***


Al buio non le vedo, le mie dita.
Non c’è nulla che io veda più.
E il buio, al buio, non mi vede.
C’è solo nero qui.
Nient’altro che del nero cui badare.
Ma lontano scorgo una briciola di luce.
Piano affiora nel buio
un’arcana figura di cavaliere.
Incede lento come un dio del silenzio,
cavalcando un bianco unicorno.
Si fa vicino.
Ne vedo il volto, infine.
Sono io.
“Hidalgo”, dico.
E scacciando una lacrima
sorrido.


***

A volte la pettino
questa tristezza fiera.
Porto al guinzaglio
un silenzio feroce.
Sorry mama.
Ogni mio sogno ha la criniera.
“Hic sunt leones”
mi tatuo sul cuore.
Il fuoco trema, io no.
Sorry mama.
Parlo la lingua del buio.
Lingua viva è l’oscurità.
Io sono il demone, temo.
Sono il fuoco, ma non tremo.
Sorry mama.
Sono potente quando sbaglio.
Io sono un bambino cattivo.
The devil.
Le diable.
Il vivo.


(Testi tratti dalla raccolta "Darkana", di Davide Cortese, LietoColle, 2017)


Davide Cortese è nato nell'isola di Lipari nel 1974 e vive a Roma. Si è laureato in Lettere moderne all'Università degli Studi di Messina con una tesi sulle "Figure meravigliose nelle credenze popolari eoliane". Nel 1998 ha pubblicato la sua prima silloge poetica, intitolata “ES” (Edizioni EDAS), alla quale sono seguite le sillogi: "Babylon Guest House" (Libroitaliano), "Storie del bimbo ciliegia"(Autoproduzione), “ANUDA” (Edizioni LaRecherche.it), “OSSARIO”(Arduino Sacco Editore), “MADREPERLA” (LietoColle), “Lettere da Eldorado” (Progetto Cultura) e “DARKANA” (LietoColle). I suoi versi sono inclusi in numerose antologie e riviste cartacee e on-line, tra cui “Poeti e Poesia” e “I fiori del male”. Le poesie di Davide Cortese  nel 2004 sono state protagoniste del "Poetry Arcade" di Post Alley, a Seattle. Il poeta eoliano, che nel 2015 ha ricevuto in Campidoglio il Premio Internazionale “Don Luigi Di Liegro” per la Poesia, è anche autore  di due  raccolte  di racconti: "Ikebana degli attimi", “NUOVA OZ”, del romanzo “Tattoo Motel” e di un cortometraggio, “Mahara”, che è stato premiato dal Maestro Ettore Scola alla prima edizione di EOLIE IN VIDEO nel 2004 e all’EscaMontage Film Festival nel 2013.

domenica 11 febbraio 2018

"In che luce cadranno", di Gabriele Galloni


Ecco finalmente un testo poetico che sa dire la verità con coraggio e senza falsità né ipocrisie, o perlomeno una certa "verità" che spesso noi tutti cerchiamo di ignorare o minimizzare o anche sublimare in fatterelli di vita quotidiana. "In che luce cadranno" è quindi un testo originale e diretto: poche parole ben assemblate a formare poesie brevi ma intense, ognuna come un piccolo tassello che contribuisce alla formazione di un quadro che forse non ha limiti nella sua estensione, così come nella sua ragione d'essere. Parliamo della morte, e ne parliamo, anzi, è così che il nostro poeta ne parla, all'incontrario, in una sorta di mondo capovolto, dove la ragione dei morti prende il posto di quella dei vivi, relegata in secondo ordine, nelle nostre scartoffie e nei nostri corollari.
L'incipit è categorico: "I morti tentano di consolarci / ma il loro tentativo è incomprensibile: / sono i lapsus, gli inciampi, l’indicibile / della conversazione. Sanno amarci / con una mano – e l’altra all’Invisibile." Si noti il rovesciamento delle vedute, da cui seguiranno tutte le altre asserzioni: sono i morti, e non i vivi, che tentano di consolarci, e lo fanno in modo goffo e insicuro, così come noi tentiamo di consolare gli altri quando cerchiamo di convincerli che, in fondo, la morte è un'altra vita, un'altra dimensione che sta lì, che ci aspetta… Ed è drammatica quanto meravigliosamente indovinata la metafora delle mani (dei morti): una ci trattiene al probabile, al verosimile (sanno amarci), l'altra cerca di aggrapparci (noi vivi) all'Invisibile, cioè alla Speranza, alla Fede…
Il giovane Gabriele Galloni, ineccepibilmente, affronta con questo suo preciso lavoro poetico, un tema che, come dicevamo, è sempre scabroso, forse antipatico e non privo di risvolti macabri e tenebrosi: la morte, si sa, è sovente argomento tabù, fa parte delle categorie discorsive "è-meglio-non-parlarne!", e la poesia lo può affrontare ma in modo serio, preparato, consapevole, non affatto banale e scontato. È in fondo quello che fa il nostro giovane poeta, e lo fa in modo encomiabile, riuscendo in qualche modo a "esorcizzare" il problema della morte, appunto con il rovesciamento dei termini vita-morte.
Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal recente libro "In che luce cadranno", edito per i tipi della RPlibri, con una puntuale introduzione di Antonio Bux. Si noti la brevità dei testi, quasi epigrammatici, con il verso finale che si distacca dal corpo, come per concentrarvi tutta l'enfasi e la pienezza dell'enunciato poetico che lo precede.
I nostri lettori sapranno certamente aggiungere qualche loro ulteriore riflessione o commento a questi testi davvero originali, e noi li ringraziamo per la cortese attenzione che vorranno accordare a questa nuova giovane Voce poetica, che sicuramente è sulla buona via per meritare altri importanti riconoscimenti.


Ho conosciuto un uomo che leggeva

la mano ai morti. Preferiva quelli
sotto i vent’anni; tutte le domeniche
nell’obitorio prediceva loro

le coordinate per un’altra vita.


***

I morti guardano alla luna come
un errore, uno sgarbo del creato;
pensano infatti che sia cosa messa
lì per illuderli (non percorribile).
L’imitazione di un antico sesso
senza ingresso né uscita né sala
d’attesa.


***

I morti hanno fiducia nella sorte.
A notte fonda salgono sugli alberi
del tuo giardino; li trovi che all’alba
non sanno come scendere dai rami.
Li vedi; non ti vedono. Li chiami
e non ti sentono. Li aiuti – scendono.

Ogni notte ritornano e dimenticano.

***

Può capitare che i morti si filmino
a vicenda; che blocchino più volte
il video per capire se la pelle
del compagno è la loro stessa pelle.

In quelle pause – tutte, dissepolte –
le stelle mobili del sottosuolo.


***

Certo. I morti si danno soprannomi.
Però li scordano immediatamente.
Ché al poco – buona grazia – preferiscono
il niente.


***

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcun serpente.
Senza serpenti o voci tentatrici
tra le fronde degli alberi –
poiché un albero, lì, è solo radici.

Il giardino dei morti è come l’Eden.
Come l’Eden ma non c’è alcuna regola.
Nessun frutto inviolabile o cancello
di uscita; ogni mattina
vi razzolano il cane con l’agnello.



***

I morti sognano; certo che sognano.

Scrivono i loro sogni quando sfuma
la cartilagine.




***

Giorno di Venere; i morti si sposano.

La loro casa è colma di fiori;
sui pavimenti, sui muri, sui letti.

La stoffa si sfilaccia. Gli invitati
passano il pomeriggio nella luce

abbagliante del mare, su un tappeto.



***

La musica dei morti è il contrappunto

dei passi sulla terra.


(Testi tratti da: "In che luce cadranno", di Gabriele Galloni, Edizioni RPlibri; "L'anello di Möbius", Sezione di Poesia diretta da Antonio Bux; introduzione di Antonio Bux).


Gabriele Galloni è nato a Roma nel 1995. Studia Lettere Moderne all'Università La Sapienza. Ha pubblicato "Slittamenti", Augh Edizioni, 2017, con una nota di Antonio Veneziani.

sabato 27 gennaio 2018

Il riflesso protagonista in Louis di Luigi D'Alessio

"Louis non disse niente. / Fu il monitor dei suoi occhiali. / Fu la tromba di Davis / furono le dita di Ahmad Jamal." Ecco il suggestivo incipit del nuovo libro di poesie di Luigi D'Alessio, pubblicato da RPlibri, un marchio editoriale che sta realizzando diversi e apprezzatissimi lavori, operando una severa selezione dei testi di importanti autori dell'attuale panorama letterario. Luigi D'Alessio non è certamente nuovo alla poesia, e la sua è una poesia di alto spessore, tanto per la ricerca e lo stile (originale e innovativa la sua forma di scrittura in dialetto napoletano, ad esempio), quanto per i contenuti.
Dopo la riuscitissima pubblicazione di "Pompei" (CartaCanta Editore, 2015), Luigi D'Alessio approda a questo suo nuovo libro, Louis, titolo che davvero può segnare e rappresentare l'inizio di un'avventura nel mondo introspettivo di sé, nel riflesso del proprio io proiettato poi al di fuori per raccordarsi alle storie e alle immagini della quotidianità e della vita di ognuno di noi. Ma Louis non è soltanto questo, o perlomeno non è una modalità introspettiva assoluta ed unica, che riguarda soltanto l'autore. Voglio dire che l'alter ego Louis è in continua competizione con l'autore, in un dialogo costante e insistente, ma è poi il riflesso, il "tu", che prende il sopravvento e conduce la storia, con determinazione da protagonista: perché è lui, il riflesso, il Louis narrante, che indica la strada da percorrere, i luoghi, le situazioni, le vicende e i sentimenti.
Il progetto poetico che traspare in questo libro è dunque davvero eccezionale e geniale: narrare i giorni e la vita attraverso le emozioni che il riflesso protagonista prova, in un avvicendarsi di immagini e di situazioni le più disparate; l'utilizzo della terza persona, il "Louis", per raccontare gli eventi, è una modalità formale pregevole, che prende subito il lettore, rimanendone incantato quasi fosse lì ad ascoltare la voce suadente di un cantastorie; non per nulla ogni poesia inizia con il riflesso protagonista soggetto dell'azione che segue: Louis fa, Louis dice, Louis ricorda… Questo soggetto introduce dei quadri, degli aneddoti, delle filosofie, dei credi, delle riflessioni, dei ricordi. Che non sono del tutto autobiografici, ma sono sicuramente applicabili a ciascuno di noi, alla nostra storia e alle nostre vedute. E il pregio della poesia, come è evidente in quella di Luigi D'Alessio, è proprio quello di assumere valori generali partendo da contesti apparentemente limitati al personale.
Louis è dunque una storia, una lunga storia personale ma anche universale, perché Louis è chiunque abbia il coraggio di soffermarsi sulle piccole cose, sul cuore del mondo e sulla verità dell'amore, Louis è chiunque abbia la volontà di riconoscersi negli angoli più riposti del proprio essere, laddove brilla e palpita la propria umanità, scandita da poche essenziali e illuminate battute di spirito. Louis è anche un viaggio nelle dimensioni altre dell'esistenza, un itinerario complesso e variegato che lambisce sponde mitologiche, scintifiche, filosofiche e letterarie, con citazioni appropriate di personaggi e di episodi che denotano la grande e approfondita erudizione dell'autore in merito a questi argomenti.
Ma interessante è anche il linguaggio, colto e non privo di punte di ironia, specialmente nei passaggi dove Louis si esprime in dialetto napoletano, un dialetto ben rimodellato dalla sua voce, molto più vicino al parlato sonoro che alla morfologia tradizionale: "Louis mi disse / Louis con la sua / sarcastica /serietà mi disse / Wènn gudd gudd / cchiù blekk ’e middenàit / chennòttubbì". La commistione linguistica in Louis è sapientemente controllata, per offrire al lettore un panorama più ampio del detto, un significato che può essere sdoppiato se non addirittura triplicato, a seconda delle sfaccettature lessicali all'interno dello stesso corpo poetico.
Luigi D'Alessio ha realizzato un progetto poetico di grandissimo valore letterario, per originalità e capacità di spaziare, con la poesia, che sempre rimane integra e risuonante, in tutti i comparti umani e sociali, dall'intimità dell'amore, dalla malinconia ai ricordi, dagli aneddoti scientifici e mitologici ai problemi del quotidiano.

Ed ecco una breve selezione di questi testi, tratti appunto da Louis, che offriamo ai nostri lettori, dai quali attendiamo con piacere eventuali ulteriori gradite note di commento.


Non prendiamoci mai
il tempo che ci serve.
Per Louis era sorprendente
la velocità con cui
lei si addormentava.

Ogni volta Louis
si sentiva dire dentro
che nessuna storia
era al sicuro nel sonno.



***

Quella volta Louis
si chiese perché
i poeti quando dicono,
muoio per te,
non muoiono mai per lei.

Dopo giorni di indagini
Louis arrivò a capire
che il verbo morire
non equivale alla morte.


***

Non è possibile non è possibile
mi disse Louis – non è possibile
e io non sapevo cosa
volesse dire Louis.
Non è possibile
anziché una lettera d’amore
io scriva questo.
Louis mi fece leggere quello che
in napoletano lei mai
avrebbe compreso.

Chisto è ’o messaggio
te penzo te cerco te chiammo
nun te trovo
e tte penzo e tte e tte
dint’ ô vvacante d’ ’o verbo
’nfunno â vocia ca nun torna
’a n’eco ca tu
voce nun cchiù.

Questo il messaggio
ti penso
mi manchi, Ti.
Nel vuoto del verbo
sprofondato in eco
che tu voce non più.



***

Louis lesse
l’equazione di Dirac.
Si informò su Dirac.
Louis venne a sapere
che Dirac aveva letto Delitto e castigo
scoprendo che in un capitolo
Dostoevskij fece sorgere
nello stesso giorno due volte il sole.

A Louis poi gli parlarono
dei neuroni specchio. Così
Louis si convinse
di poter amare pure senza Dio.



***

Louis non si innamorava
mai per opportunità interiore.
Difficile da spiegare
– mi disse Louis.
L’unica volta che lo feci
– continuò Louis
scrissi una poesia
risultata tragica.

Guardà ll’uocchie tuje e mmurí
o murí a tte ’uardà dint’ ’a ll’uocchie
i’ ca nun tenco ’o ggenio ’e murí
si ancora nu’ ssaccio ’o mmurí

ca mme piglia e mme porta
a ttutt’ ’e pizze addó i’
nun ce saccio propio jí

e addó te vulesse
cu ’o vattecore ca nun passa
ma resta e ogne vvota more
dint’ ô silenzio d’ ’a salimma.

Guardare i tuoi occhi e morire
o morire a guardarti negli occhi
io che non ho voglia di morire
se ancora non conosco il morire
che invade l’ovunque
in cui ti vorrei e sei
l’ansia della saliva
morta ogni volta all’attesa.

Luigi D'Alessio, "Louis", RPlibri.


domenica 14 gennaio 2018

La "semplicità dell'immenso" negli haiku di Paola Venezia

La grandiosità della Poesia è che essa, sovente, può manifestarsi sotto varie forme. Naturalmente, ciò può essere vero se si estende il concetto di "poesia" al di là degli schemi e dei canoni che abitualmente le attribuiamo. Così "poesia" può essere un fiore bellissimo e profumato, meraviglia della natura che ispira delicatezza, bontà, luce e colori. Ma tornando alla "poesia" scritta, quella che di solito trattiamo e conosciamo, troviamo spesso delle modalità espressive un po' diverse, che si allontanano alquanto dal noto schema dei versi che si susseguono l'uno dopo l'altro, con un ritmo, una musicalità e una struttura propria. Parliamo degli "Haiku", una breve forma di componimento poetico, nata in Giappone più di tre secoli fa, che si configura in una successione di tre brevi versi.
Fatta questa premessa, necessaria per introdurre Paola Venezia e i suoi haiku che compongono il libro "L'immenso è semplice", per le Edizioni RPlibri, possiamo inoltrarci con qualche ulteriore dettaglio nel bellissimo e originale mondo poetico, anzi degli haiku, della nostra autrice.
La prima impressione che si prova leggendo il libro è la delicatezza delle espressioni, il loro colorito e la loro capacità di "spiazzare" il lettore giusto al terzo verso conclusivo: l'ultimo verso è infatti sempre, in qualche modo, comprensivo, riassuntivo, esplicativo di una situazione o di un concetto, una proposizione sulla natura, sul mondo, sull'esistenza, sull'amore. "Fiori di lavanda / tra antiche rovine / un po’ di vento": quel poco di vento che avvolge la scena per intero, la completa e crea l'immagine dei fiori tra le antiche rovine, ne riproduce persino il profumo…"Scrivo leggera / di pensieri rondine / oplà": ecco il "salto" conclusivo, onomatopeicamente indicato con "oplà", di una tensione verso la libertà, di un'apertura verso la leggerezza del tutto.
E leggeri sono gli haiku di Paola Venezia, preziose gemme di sapere, filosofie minime ma non minimaliste, anzi, sintesi coraggiose di pensieri sopraffini, delicati e ricchi di una vitalità e di una icasticità notevoli.
L'universo immenso è uno stato complesso, ma lo stesso immenso è "semplice" negli haiku di Paola, nel senso che, grazie a loro, questa immensità si rivela, si manifesta, nella sua soavità, nel suo amore, nella sua naturale e genuina verità, fondamento e fine di ogni cosa.
Riportiamo ora qui di seguito solo alcuni haiku, per offrire ai lettori qualche altro spunto di riflessione, invitando però tutti gli amici che ci seguono a procurarsi in libreria questa bellissima pubblicazione della RPlibri.



oggi il sole
annaffia i sorrisi
è giardiniere


l’attimo in cui
sboccia una poesia
è colpo di vento


nessun dove
è fertile di luce
quanto il silenzio


collo di cigno
punto di domanda
tra terra e cielo


nel mio giardino
luna hai partorito
meraviglia



Testi tratti dal libro "L'immenso è semplice", di Paola Venezia, RPlibri, 2017

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

PUNTO SCHEDA

Notizie dal mondo della Poesia