sabato 5 maggio 2018

La Corte dei Miracoli, di Maria Elena Danelli


Ecco una nuova interessante raccolta di poesie pubblicata dalla prestigiosa RPlibri, da poco tempo attiva nel campo dell'editoria nazionale ma già con un catalogo ricchissimo di autori importanti e meritevoli di attenzione. Parliamo della milanese Maria Elena Danelli, autrice del libro "La corte dei Miracoli", edito per l'appunto da RPlibri recentemente, nel febbraio scorso. Ed è un'altra affermazione, questa pubblicazione, di una persona che è in effetti un'artista a tutto tondo, trovando spazio la sua creatività sia in poesia che nella pittura, nella scenografia e nella fotografia. "La Corte dei Miracoli", sottotitolo "ventidue fiammelle di cui due transiti" è il punto centrale dell'itinerario poetico dell'autrice, la quale, come ella stessa dichiara nella breve presentazione, si ispira ad un luogo reale della Milano del dopoguerra, sui Navigli: si trattava di un edificio dove abitavano poverissime persone senza gambe, che andavano in giro su carrozzelle trainate da cani: questo edificio era detto "Corte dei Miracoli".
Ora, dove trovare il punto di congiunzione tra l'idea poetica suggerita dal titolo e tutto il lavoro prodotto che scaturisce, deriva consequenzialmente da quell'immagine iniziale? Dice bene Danilo Blaiotta nella sua arguta prefazione: "La natura si fa portavoce del suo pensiero", ed è proprio da qui che potremmo partire, a mio modesto parere, per una breve riflessione su questo bel libro.
Le cose, la natura, gli animali, il mondo, si personificano nei versi dell'autrice, prendono vita propria, e la sua arte magica poetante riesce molto bene in questo compito, tanto che il lettore ha la forte impressione che sia proprio la "rosa in bottiglia" a parlargli, a raccontargli ciò che essa vede alla finestra: "Una rosa in bottiglia guarda / appassendo la finestra. / Da quel vetro, / maestosi uccelli…" Ma subito dopo l'autrice riprende il pieno possesso del quadro, immedesimandosi in esso, "cogliendone i petali come panni stesi ad asciugare". C'è pietà, amorevolezza, dolcezza e immedesimazione, in queste poesie della Danelli, nei confronti di un mondo delicato, lieve, da accudire e da amare, come quei cani preziosi che aiutavano i poveri con le gambe amputate trainandoli in giro sulle carrozzelle. Ecco dunque il punto di congiunzione, a mio avviso, tra l'idea illuminante di partenza e l'intera costruzione poetica della raccolta.
Un susseguirsi di versi fluidi, senza titoli che possano in un certo modo dare l'idea della sosta, del ripensamento; e quindi il dettato poetico scorre continuo e costante, come un fiume discreto, mai impetuoso. La parola, in queste poesie, è come il tratto di pennello di un quadro vivo, che si materializza sotto gli occhi del lettore o di chi osserva una natura che ha bisogno di essere considerata, rispettata, amata: "A volte penso agli angeli custodi / quando ombre mi sfrecciano sul capo. / Sono i migratori. / Volano maestosi e distanti / su formiche lontane"…
Ecco, in sintesi, ciò che a mio modesto parere può sortire da una prima attenta lettura di questo testo di Maria Elena Danelli, degna sicuramente di ulteriori considerazioni da parte del pubblico dei lettori e della critica, per averci offerto queste immagini intense e accorate. Ma gli amici che ci seguono potranno sicuramente aggiungere qualche altra gradita riflessione, leggendo i testi che seguono.


Una rosa in bottiglia guarda

appassendo la finestra.
Da quel vetro,
maestosi uccelli.
Con foglie rinsecchite abbozza il volo
nell'acqua intorpidita
voce minerale
acqua ferma che non va da nessuna parte.

Ho colto poi
quei petali
in panni stesi ad asciugare.


***

Ho visto il sole morire.
Si assottigliava su incurvature e finestrini
indugiando nelle foglie dei pioppi.
Ancora sorrideva
in nuvole precarie.
Le mani
nel mattino.


***

A volte penso agli angeli custodi
quando ombre mi sfrecciano sul capo.
Sono i migratori.
Volano maestosi e distanti
su formiche lontane.
Di loro non so molto
se non che a volte cadono
foglie-mani tremanti sferzate dai venti d'autunno
confusi planano
chiamati dalle spume
s'inabissano e spengono
i loro occhi luminosi,
come luci di città,
all'alba.


***

Verrà il giorno in cui
la neve
non avrà più innocenza
ma un sussurro
di lontananze nere
fluide pupille
di asino e bue
in cui s'inabissano
bagliori.
Dio plasma la notte
ogni notte
in forma di carne
nel fango e nel bianco
dove la terra non ha più luogo.

Entrando in una luce viola.


***

Hanno detto che è morto il sole
è morto il silenzio.
Abiti nudi e scarpe vuote
sono monti di niente
tra spettri di case e alberi d'osso.
Dio ha taciuto
ogni volta che un agnello ha vagito.


***

La vita
si sgretola in altro.
Lo vedo,
               lo vedo.
Ma continuo a far libri
tra le foglie

di un redivivo cortile.


(Testi tratti da "La Corte dei Miracoli", di Maria Elena Danelli, RPlibri, febbraio 2018)

Maria Elena Danelli è nata ad Arco di Trento ed è milanese d'adozione, avendo vissuto l'infanzia tra la Barona e i Navigli. Attualmente si dedica alla pittura e alla poesia. È scenografa teatrale, laureata a Brera; ha lavorato per quasi trent'anni presso le "Scenografie Ercole Sormani" di Milano, collaborando con Teatri di tutto il mondo e set cinematografici. Ha partecipato a mostre personali e numerose collettive. Sue pubblicazioni sono state inserite in Antologie poetiche, tra cui Novecento non più – Verso il Realismo Terminale con Guido Oldani, per La Vita Felice Edizioni, e Rise – Antology dell'Editore Vagabond di Los Angeles, sempre nel 2017. Partecipa a reading poetici, come quello avvenuto nel mese di maggio 2017 alla storica Libreria Bocca di Milano. Con la mano sinistra ha creato disegni per un testo di Sandro Sardella e una suite di Danilo Blaiotta con GaEle Edizioni dedicato al poeta Jack Hirschman.

È stata allieva di Franca Rame e dal 2013 ha seguito corsi di teatro con Dario e Jacopo Fo.


martedì 10 aprile 2018

FUOCO, TERRA, ARIA, ACQUA: l'Antologia del Progetto Poesia Portale Sud


L'atomo di Democrito era qualcosa che non poteva essere ulteriormente scomposto e suddiviso: l'ultimo mattone della materia. Così il mondo, la realtà, era pensata dal grande filosofo di Abdera, agli inizi del grande viaggio della Fisica che ci ha permesso, oggi, di conoscere orizzonti ben più ampi e complessi. Ma l'idea dei quattro elementi fondamentali che costituirebbero tutto il mondo, terra, aria, acqua, fuoco, fu di basilare importanza per poter poi porre le fondamenta della scienza e della ricerca scientifica. Quattro elementi, o "radici", come affermava Empedocle, il grande filosofo presocratico, che sono stati ripresi e riconsiderati in questa intelligente antologia curata da Edoardo Sant'Elia e di cui fanno parte i poeti: Giuseppina De Rienzo, Valerio Grutt, Rossella Tempesta e lo stesso Sant'Elia. Si tratta dunque di una prima realizzazione di un progetto poetico di ampio respiro, denominato "Poesia Portale Sud", che ha l'intento di "far emergere – oltre le secche dei modelli primo o tardo novecenteschi ed accettando in pieno la sfida del postmoderno – un diverso modo di 'sentire', di praticare la scrittura".
Idea geniale, quella di iniziare il progetto partendo, in modo quasi emblematico se non addirittura metaforico, dai quattro elementi empedoclei "Fuoco, Terra, Aria, Acqua", temi fondamentali che possono, e in effetti hanno potuto, generare, o meglio ri-generare, riflessioni e componimenti di alto contenuto poetico e anche filosofico. Quattro gli elementi e quattro i poeti che li hanno "richiamati", riconsiderati, ognuno prendendosi l'estro, l'ispirazione, lo studio e il dettato stilistico relativi a una delle "radici". Così, Giuseppina De Rienzo per Fuoco, Rossella Tempesta per Terra, Edoardo Sant'Elia per Aria, e Valerio Grutt per Acqua.
Con "Forse l'inferno salva", titolo della silloge che apre l'antologia, Giuseppina De Rienzo tenta, con successo, una sorta di redenzione del Fuoco, individuando in esso il segreto filo conduttore che evidenzia realtà a volte apocalittiche ma sicuramente scevre da ogni ombra di ipocrisia, con un linguaggio diretto e scintillante, narrando di galassie e di uccelli del paradiso, calati in una quotidianità sorprendente e mitica: "Chissà quali distanze / il gelo / buchi di emmenthal l'anima / restìa alla quiete, sanare l'arsura / perfino baci abbracci / affida ai sogni…". E ancora: "Ha ventre di brace l'ultima galassia / personale rogo l'occhio polifemo…". Lo stile della De Rienzo è, in questi testi, molto aderente al tema da lei scelto: un Fuoco che si agita e guizza, così i suoi versi magmatici, esplicitati in modo egregio e coerenti con la citazione della Cvetaeva in apertura: "Io (non) sono fatta per la vita, in me tutto è incendio".
Rossella Tempesta sceglie la Terra e la addolcisce con i suoi "21 haiku e una poesia", intitolando il suo intervento "Avvistamenti", similmente ad antichi marinai che dalla coffa scrutando l'infinito orizzonte all'improvviso esultano gridando "terra!". Introdotti da un brano di Kavafis che fa da esergo ai testi di Rossella Tempesta, il lettore può "navigare" attraverso i mari del mondo trovando isole-haiku o anche porti di solida certezza, dove la parola terra, che compare in tutti gli haiku, individua metaforicamente l'àncora cui affidare la propria esistenza terrena, in balia di nature vaghe e fluttuanti: "Sei la mia terra. / Nel tuo puro ascendente / sono allunata". "Lei mi ripara, / la terra è verità. / Lei mi genera". E poi la poesia finale, che conclude: "Tra lo spavento, il riso, / ti ascolto che rinasci dentro il petto", aprendo alla speranza di una ri-nascita, di un "avvistamento" duraturo che appaghi finalmente il senso della ricerca e della vita.
Con il poemetto "Una storia degli spiriti" Edoardo Sant'Elia sviluppa la sua idea lirica centrata sull'Aria, e prendendo spunto dall'indovinata citazione empedoclea che afferma: "e l'aria con lunghe radici dentro il terreno si immergeva", ci offre una sceneggiatura poetica ambientata in uno stabilimento balneare, dove gli "spiriti dell'aria" Lello, Aniello e Farfariello, di basiliana memoria, fanno da sfondo agli episodi di due bagnanti, una coppia di giovani ragazzi, in un susseguirsi di versi briosi e leggermente ironici: "Siamo gli spiriti del Mezzogiorno, / nascondi gli occhi tra le mani / se proprio non vuoi vederci attorno. / Se invece non ti stanchi di ascoltare, / se ti concedi al gusto del narrare, / se l'ansia t'attanaglia sul più bello, / pronuncia senza indugio i nostri nomi: / Lello, Aniello e Farfariello!".
Valerio Grutt ci sorprende con il suo poemetto "Mi investe il tuo mare", con un linguaggio poetico immediato e attuale, attualissimo, scorrevole come l'Acqua che è riferimento solidale con l'esergo scelto di Giordano Bruno. Si tratta qui di componimenti che si "immergono" letteralmente nel quotidiano, nelle cose minime e quasi abitudinarie che riempiono la giornata, ma accompagnate sempre da una leggera vena di autoironia, quasi a voler minimizzare un dramma esistenziale che, sovente, emerge dal vasto mare in abbandono: "Oggi non può morire nessuno / nascono pesci nella pancia del mondo. / I rubinetti, aprite i rubinetti / le porte, le finestre, / le ante degli armadi. / Il mio cane è tornato / in sogno a farmi le feste. / I surfisti non cadono più. / I rubinetti, le porte, i cuori, / le cose felici, apritele."
Un'opera di indubbio spessore poetico, da leggere ripetutamente onde poterne assaporare sempre di più il sottofondo mitico e filosofico, e, perché no?, per essere in grado, in una certa misura, di rispondere (positivamente, si spera) alla domanda, provocatoria e sottile, che si pone Edoardo Sant'Elia: "Esiste un pubblico per la poesia?"

(G.V.)

Giuseppina De Rienzo, Valerio Grutt, Edoardo Sant'Elia, Rossella Tempesta, FUOCO, TERRA, ARIA, ACQUA, a cura di Edoardo Sant'Elia; Terra d'ulivi edizioni, 2017.

lunedì 19 marzo 2018

Luigi Vallebona e il suo "Ritmo del mondo"


Dove si avverte il "ritmo del mondo"? O, meglio sarebbe da chiedersi: è ancora possibile ascoltare le segrete vibrazioni che provengono dalla natura circostante, dal mondo? La vita che conduciamo nell'attuale società convulsa e disordinata, in un degrado generalizzato di valori e di costumi, non permette quasi mai di soffermarsi a considerare il senso profondo dell'esistenza e a comprendere appieno il significato delle cose, ovemai fosse possibile trovare da qualche parte una spiegazione abbastanza soddisfacente del classico "perché, come e dove". Da qui la necessità avvertita, soprattutto dagli artisti e quindi anche dai poeti, di tradurre in qualche modo questo senso di inanità, questo smarrimento di fronte alle cose del mondo, che non "parlano" più all'uomo ma che soltanto aprendo di più le orecchie del cuore è possibile avvertire, come un lontano sottofondo.
Luigi Vallebona è uno di questi poeti sensibili, che avverte lo stridente contrasto tra l'armonia delle cose, della natura, del mondo, e il modo banale, superficiale, a volte persino deleterio, del vivere quotidiano, una quotidianità omologata, chiusa, imprigionata in regole e iter burocratici, una quotidianità meccanica e assolutamente dipendente dalle strutture e dalle strumentazioni tecnologiche.
Il nostro autore, in questa originale raccolta poetica, riesce benissimo a far combaciare l'armonia della natura, il dato direi "analogico" e genuino di cui è fondamentalmente costituito il mondo, con lo schema "digitale", amorfo, freddo, delle strutture impersonali che governano l'attuale civiltà, dalla burocrazia iper formale al dilagante utilizzo dell'informatica, sovente sopravvalutata. La cosa interessante che traspare in questa "cucitura" o conciliazione tra le due realtà, tra i due modi di vita, è che Luigi Vallebona utilizza un "tramite" poetico che risulta davvero efficace, facendo risaltare i contrasti e nello stesso tempo addolcendoli. Il suo linguaggio poetico è infatti diretto e non privo di una certa vena di ironia, quasi scherzosa, divertente, in molti dei suoi testi. E l'ironia, si sa, rende tutto più semplice, nel senso che è possibile la "denuncia", veicolandola in modo artistico, poetico, sagace.
Non è del resto difficile entrare nel mondo poetico di Luigi Vallebona, perché i termini da lui usati sono quelli del parlare tecnologico e burocratico di oggi. Excel, web, password, e poi ancora badante, INA-Casa, Legge 104, sono parole usualmente utilizzate nei contesti più vari, e in tutte le case. La genialità dell'autore sta nell'aver saputo amalgamare le due facce dell'esistenza, evidenziandone l'eccessiva superficialità e a volte la marcata indifferenza con le quali l'uomo tratta il mondo circostante, se stesso e la natura. Un invito quindi a considerare meglio la propria identità, la propria umanità, di fronte allo smarrimento e all'alienazione di un mondo falso e sconsolato, come giustamente fa intendere Antonio Bux nella sua dettagliata prefazione.
Ma altri spunti di riflessione aspettiamo che ci vengano proposti dai lettori che ci seguono su questo blog, ai quali va la nostra gratitudine; come grati siamo al bravo Luigi Vallebona per averci offerto questo particolare e originale testo poetico sulle discordanze del mondo e sulle sue inascoltate vibrazioni ritmiche.
Di seguito riportiamo alcuni brani poetici tratti dal suo libro "Il ritmo del mondo".


Fogli, foglie


Nei fogli excel
Nelle pagine web
Nei link, nei tweet
Disincarnata è la vita
Ci sconnette dal mondo
L'ultima offerta wireless.

Intanto il cinipide uccide
Lentamente i castagni
A uno a uno li sfoglia
Come pagine smorte.

Ma, nonostante tutto,
Sullo sfondo bruno del bosco
Marzo ci mostra ancora il filo
Che cuce in un'unica tela
La fioritura dei ciliegi e dei pruni
La fogliazione dei faggi e dei frassini.


***

Qualità totale

Dio dei monitoraggi
E degli schermi touch
Sia fatta la tua volontà
Non sfuggano al tuo database
Le nostre criticità.

Ma, se ti inviamo via PEC
Il rendiconto dei debiti
il PDM e il RAV,
Perdonaci il cheating della prova INVALSI
E dacci oggi il nostro test di ingresso quotidiano
La password per essere ammessi
Alla vita del mondo che verrà.


***

La voce del bocciolo

Madre la terra
Madre la lingua
Mi sono incarnato in loro
E loro in me
Dando la linfa con cui traccio
I solchi dei miei versi
Impregnati di fango
Radicati nelle nervature
Delle foglie e dei polsi.

Esprimo la clorofilla
Racchiusa nelle parole
La fame di luce della gemma
Pronta ad aprire la bocca
A sbocciare.


***

Marzo, marze

Il melo selvatico cresce
Al margine estremo del bosco
Dove la terra è scarna.
Il figlio dell'uomo raccoglie
Le marze spuntate sui rami
Del vecchio pruno gentile.

È tempo di fare gli innesti
È ora che crescano insieme
Il tutto e le parti, legati.

All'alba dell'equinozio
Il melo rinasce, impruna.


***

Il ritmo del mondo

È sul primo vagito
Sul secondo capezzolo
Sul penultimo e l'ultimo rantolo
È sui picchi di febbre
Sulle onde che increspano
Sulla terza e la sesta sillaba del verso
Che batte il ritmo del mondo.

Intermittenti
Sono i cicli di chemio e di quiete
La galaverna e lo sgelo
La rugiada e la brina
Il travaglio, il parto e la luce.

La cadenza del mondo
È in battere o in levare
Nel soffio di vento che muove
Le foglie del pioppo tremolo
Nella bocca del bimbo che tetta
Il latte dal seno.


***

Inno alla badante

Ave o Maria piena di cacca
Espulsa dal vecchio che muore
Svuotando la pancia dagli ultimi
Inutili farmaci
Nell'agonia e nel delirio
Prega per noi.

Tre volte respinta alla frontiera
Tra Kosovo e Albania
Tre volte impigliata nel filo spinato
Al confine tra Serbia e Ungheria
Altre tre volte entrata
Via mare nella pancia di uno scafo
Ma espulsa tre volte ancora
Col charter Linate-Tirana
Sei giunta lo stesso in volo
Angelo clandestino
A prenderti cura delle piaghe
Da decubito
E a pulire il vecchio come un bimbo
Sulla soglia della culla nera.


***

È più facile

Per partecipare alla messa
Del romano pontefice
Sia fatto a tutti obbligo
Di avere un codice a barre.

Passi pure il cammello
Per la cruna di un ago
Non chi ha fede sincera
Ma è sprovvisto di pass.

Testi tratti da "Il ritmo del mondo", di Luigi Vallebona, RPlibri, 2018. Collana "L'anello di Mobius", Sezione diretta da Antonio Bux. Prefazione di Antonio Bux. Nota di Giuseppe Conte.


Luigi Vallebona è nato a Savona nel 1961. Laureato in Lingue, si è dedicato per molti anni all'insegnamento del francese e dello spagnolo nei Licei, oltre che dell'italiano all'estero, come Lettore MAE presso l'Università Nazionale di Córdoba (Argentina). Dal 2012 è Preside di frontiera. Si batte per la difesa della biodiversità e della varietà linguistica. Si interessa di educazione interculturale, di letteratura comparata e di narrativa, con diverse pubblicazioni. Ha curato diverse traduzioni in spagnolo.

sabato 3 marzo 2018

I viavai di Alessia Iuliano in una nota di lettura di Ilaria Vassallo


Quando si vive nei viavai della vita, accade che si inizia a percepire, invadere d’anima il vento, il tempo, incontrare la notte col pensiero vagante, e sentire “… nella scrittura la voce per il parto di un respiro stupito al tatto dei giorni”.
È così che Alessia Iuliano dà il via a un cammino di luoghi e sensazioni, di rumori ed emozioni, di colori e odori che si fanno spazio tra i versi, e sembrano innescare nel lettore il senso di inclusione, di compartecipazione di esistenze, affinché anche un fiore, le parole, le statue, il silenzio, il muro, possano dare contributi e, in particolare, fare dell’essere umano il mezzo per la loro esaltazione; perché l’uomo e ogni parte che l’attorni possano sentirsi validi e simili nei sentimenti, in quanto pezzo di un complesso e unito Essere. A conferma: “Quando sarai vulnerabile …/ raccogli l’oleandro dai piedi / sul dubbio del cancello / perché riconosca la strada / alle radici di casa.”
Ebbene, l’oleandro, raccolto e non strappato, speranza – constatazione – convinzione che possa come l’uomo sentire il bisogno del terreno, delle radici di casa e accetti l’aiuto… perché io, ancora vulnerabile, possa trarre beneficio, stando con lui, e salvarmi con la condivisione del sentimento.
Ottobre nei viavai infatti mantiene costante la scia di un profondo e costante sentimento di appartenenza da parte di ogni spazio che sia stato riempito o svuotato, di ogni finito che abbia preso parte alla vita e al tempo, e grazie a cui si scopre “… quanto rumore sia morte…”, “…cos’è questo stupore alla gola…”, “… l’odore carne del libro…”, che “Oggi ho paura di morire…”.
“Ma ancora vale il respiro / O la vecchia nostalgia del presente…”, perché se è vero che nel libro si alternano stati di frustrazione, entusiasmo, timore, meraviglia, abbattimento, è anche constatabile che la rivelazione conclusiva di ogni componimento, sia associabile a un grande ancoraggio al tempo presente, che offre pur sempre la possibilità di un’altra verità, di un’altra ricerca, di nuovi occhi per guardarsi intorno e fare strada e farsi fare strada da ogni presenza che abbia colore, confini, un nome.
La poesia di Alessia sembra infatti scritta di getto, nel senso più puro dello scandire l’autenticità senza veli di un momento di riflessione che prende vita su carta senza scrupolo, perché il lettore possa quasi rivivere con la stessa vibrante emozione, l’intensità di una condizione proposta.
Eppure senza punteggiatura giurava / col ventaglio delle vocali amo / amo, eternamente amo / entrambi.” Chi? I viavai e gli attori probabilmente. È questo un bel copione per raccontare e presentare momenti di vita di casa, a casa nel mondo, dove gli occhi giurano e scongiurano, i capelli sono al vento e la mente prende parte, senza corpo, al tornado di anime poetiche che sorreggono l’universo.

(Ilaria Vassallo)

Riportiamo qui di seguito alcuni testi tratti da "Ottobre nei viavai", di Alessia Iuliano, RPlibri


Poi la notte ha provato clemenza

l’altro ieri ad esempio dormiva
come angeli bambini

nella scrittura la voce
per il parto di un respiro
stupito al tatto dei giorni.

***

Quando sarai vulnerabile
a questa parola ti prego
raccogli l’oleandro dai piedi
sul dubbio del cancello
perché riconosca la strada
alle radici di casa.


***

Mi hai insegnato tu
quanto rumore sia morte.

E prima di lei
il bello ideale, più in alto
non valgono polveri
né letture o implacabili sconfitte
il mare – almeno il mare!

lo smeraldo
che in tutto il vicinato
farebbe invidia di noi.


***

Hanno spento le luci
nella hall dell’Olimpo
i cieli piangono risposte
sulle mezzelune dei colli ma
tu non puoi sentirle, tu riposi
finalmente cullato
in nome di quel patto antico.


Alessia Iuliano è nata a Termoli. Ama la bellezza inafferrabile delle cose quando Meraviglia e Bellezza sono irrivelazioni. Si occupa di poesia, musicoterapia, graphic e web design. Collabora con diverse riviste di settore come articolista e traduttrice. Ha tradotto e curato in lingua italiana, per edizioni di pagina, Il ladro di ombre, vincitore del premio “E. Morante Ragazzi”. Suoi testi hanno ricevuto importanti Premi e riconoscimenti nazionali. È presente in numerose antologie e riviste on line. Vincitrice del premio “Le stanze del tempo 2016”, ha pubblicato l’opera prima Non negare nessuno, CartaCanta, 2016.

Ilaria Vassallo (1998) è nata a Nola e vive a Tufino, in provincia di Napoli. Sin dai primi anni dell’adolescenza, nutre una passione intensa per la scrittura poetica accompagnata da letture e studi su poeti contemporanei. Studentessa dell'Università Federico ll di Napoli, ha frequentato durante gli anni del liceo il “Laboratorio di poesia” del poeta e critico Carlangelo Mauro. È stato pubblicato sul n. 33, giugno 2017 di «Capoverso – rivista di scritture poetiche», un suo saggio sulla poesia di Maurizio Cucchi. La sua opera prima è "Una muta vitalità", La vita felice 2017.


Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

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