domenica 22 ottobre 2017

Transiti Poetici: Cinzia Marulli e la sua "Casa delle fate"

Transiti Poetici: Cinzia Marulli e la sua "Casa delle fate": " Un libro crudo e duro ": così esordisce Marco Antonio Campos, poeta messicano di grande talento, nella sua postfazione a &quo...

Cinzia Marulli e la sua "Casa delle fate"

"Un libro crudo e duro": così esordisce Marco Antonio Campos, poeta messicano di grande talento, nella sua postfazione a "La casa delle fate", recente raccolta poetica di Cinzia Marulli. Può in effetti, in qualche modo, scuotere gli animi del lettore questa affermazione così impegnativa e profonda, all'inizio della sua accurata nota critica su questo bellissimo e intenso lavoro della nostra Autrice romana. Ma la poesia, si sa, non è tale se non sconvolge, se non investe il lettore e lo pungola esortandolo a confrontarsi con la realtà interiore e soprattutto esterna, distogliendolo da una sorta di torpore quotidiano che appiattisce la vita e tende a sottovalutare se non proprio a dimenticare o ignorare che esistono dei problemi, delle problematiche, delle situazioni anche scabrose e in un certo senso antipatiche, accanto al sole, alla luce, alle piccole gioie della vita di tutti i giorni.
Ma il grande pregio, il grande fascino e, oserei dire, miracolo, della poesia, della vera poesia, è quello di trattare, proporre, raccontare le difficoltà, le sofferenze, i patimenti e in genere le mestizie umane, anche e persino le cose più orrende, con la delicatezza e la compostezza necessaria, rendendo le cose "brutte" persino accettabili, persino "luminose" e gradevoli, laddove la lirica, la resa poetica e lo stile superano largamente l'entità dei problemi trattati; non si tratta, beninteso, di superficialità o di scarsa considerazione o addirittura di ipocrita visione della vita, ma, tutt'altro, di una sorta di "accarezzamento" e di accoglimento dei patimenti in una sfera di redenzione che sta al di sopra di noi e di tutti.
"La casa delle fate", poema intenso e umanamente pregno di una compostezza pacata ma non rassegnata, è pienamente aderente a questa linea della poesia del sociale che affronta i problemi di tutti i giorni, qui, nella fattispecie, i problemi degli anziani, madri e padri, "abbandonati" nelle case di riposo per motivi sociali e lavorativi quasi inderogabili.
Il libro di Cinzia Marulli è incentrato sulla madre, ospitata negli ultimi anni della sua vita, in una di queste case di riposo, per antonomasia detta casa delle fate, perché la mamma, le signore anziane che dimorano lì, ormai ultima destinazione, sono "fate" per il loro candore, per la loro semplicità, per la loro austera bellezza, per la loro dignità che mai viene meno.
È un problema che Cinzia, parlando della vita che vi si svolge, parlando persino del percorso (il libro è infatti suddiviso in tre parti: "L'entrata", "L'uscita", "Il dopo"), pone sotto gli occhi di tutti, mostrandoci come può sentirsi una madre "fata" consapevole che dovrà trascorere l'ultima parte della sua vita affrontando un ciclo ripetitivo e insapore (la colazione, le signorine / infermiere che l'assistono, la cena, l'andare a letto metodicamente alla stessa ora…), e come può sentirsi una figlia "costretta" ad affidare a queste strutture la propria cara mamma, con i sensi di colpa che galoppano nel suo cuore.
Cinzia Marulli descrive questa vita, questa quotidianità monotona e opaca nella "casa delle fate", ma lo fa con un dettato lirico delicato e nello stesso tempo struggente, mai abbandonandosi alla disperazione o ad eccessive lamentazioni: i suoi versi colgono altresì la profondità dei sentimenti, esprimono liricamente le cose più semplici e genuine, i gesti usuali e ripetitivi che ogni madre / figlia / donna fa nella sua dimora.
Un libro piacevole da leggere, commovente, che offre al lettore molti spunti di riflessione su un argomento così delicato e serio; una poesia che riesce a superare il difficile ostacolo dell'ovvietà che questo aspetto sociale può mostrare, indice della bravura e della comprovata esperienza poetica della nostra Autrice.

Proponiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro, invitando i nostri lettori e gli amicvi che ci seguono su questo blog, ad esprimere graditi ulteriori commenti.


Si ferma il tempo
nel percorso che m'avvicina
in questo luogo risiedi
qui – dove la vita passa nell'attesa.

Il candore della tua pelle m'accarezza
quella pelle tornata bambina
ora che invochi me
come fossi io tua madre.

***

C'erano anche i giorni belli
nella casa delle fate
i giorni dove il sole entrava dalle finestre
e i sorrisi delle bambine diventavano perfino
veri

anche le ossa smettevano di dolere
e i ricordi sembravano quasi inutili

erano i giorni delle visite
delle passeggiate corte un metro
delle pastarelle
e dei <<mangiane poche ché altrimenti ti fanno male>>
ma tu lo sai che a ottant'anni non ti importa del
diabete
ti vuoi bere la vita, tutta quella che ti rimane
e goderti ogni cosa
ché poi si torna a letto, in mezzo all'urina che esce
dall'incerata.

***

Non lo sapevi fata mia
che quel giorno
sarebbe stato l'ultimo tra le tue cose

tra i mobili lucidati a cera
e le scarpe riposte con la carta del giornale

me le chiedi sempre queste cose
ora che sei nel luogo del finire.

So che ti ho ucciso prima della morte
vorrei tenerti a casa con me
e starti accanto invece di andare a lavorare

ma sono sola
e non ho soluzione
solo il tuo perdono.

***

L'ultimo saluto prima di chiudere la bara
poi il corteo
la gente, gli abbracci, i fiori
la chiesa
e mentre il prete parlava
ti ho vista seduta in fondo
finalmente libera

mi hai dato la mano
e siamo andate insieme
a chiudere in un loculo il tuo corpo
ti è piaciuta tanto la lapide
la foto era la tua preferita

alla sera siamo tornate a casa
a farci quattro chiacchiere in segreto.

***

Ho preso il tuo corredo
quello che conservavi come un tesoro
nel baule della nonna

l'ho lavato tutto
col sapone profumato
che usavi tu per le cose buone

l'ho steso al sole
e ho atteso che si asciugasse
come quando andavamo al mare
con gli asciugamani zuppi di sale

poi mi sono chiusa in casa per giorni
e ho stirato ogni cosa lentamente
come si gusta un dolce speciale
ché tu lo sai che sono golosa

ogni volta che passavo il ferro
sui tuoi tessuti
era come accarezzarti di nuovo

quando ho terminato
ho rilavato tutto da capo.

***

Ora basta ricordarti
morta
è la tua vita quella che voglio

non si chiude tutto in una bara
quelle ossa non mi dicono niente

rimettiamoci a parlare sul serio
e facciamocela ancora
qualche litigata
ché non siamo mai andate d'accordo io e te

con questa fissa dell'aspirapolvere
l'ho buttata sai?
ma ho conservato i  tuoi libri
e i nostri sogni.

***

Non manca molto
a quando anche io mi ritroverò
vecchia
con le mani inutili e le gambe finte

dove sarà la mia casa delle fate
e chi mi darà la bacchetta magica della fine?

Testi tratti da: "La casa delle fate", di Cinzia Marulli, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2017
Postfazione di Marco Antonio Campos.

Cinzia Marulli è nata a Roma dove tuttora risiede. Ha studiato all'Università "La Sapienza" di Roma Sino-Indologia e sta traducendo alcuni tra i principali poeti cinesi contemporanei e in particolare i poeti brumosi (Bei Dao, Mang Ke e altri).
È curatrice della collezione di quaderni di poesia Le gemme (Ed. Progetto Cultura) e promotrice culturale di rassegne di poesia. Ha partecipato a vari festival internazionali di poesia in Italia e all'estero; le sue poesie sono state tradotte in cinese, francese, greco, inglese e spagnolo e pubblicate in Cina, Bolivia, Colombia, Ecuador, Honduras, Messico e Spagna.
In collaborazione con il Gatestudio Records, ha realizzato progetti di video arte.
Nel 2016 ha vinto la prima edizione del Premio di Poesia "Casa Museo Alda Merini" con la silloge inedita La casa delle fate.
Ha pubblicato: Agave (LietoColle, 2011,  con prefazione di Maria Grazia Calandrone); Las mantas de Dios – Le coperte di Dio (Ed. Progetto Cultura, 2013,  in edizione bilingue italiano–spagnolo con traduzione di Emilio Coco e prefazione di Mario Meléndez); Percorsi (La Vita Felice, 2016, con prefazione di Jean Portante).


venerdì 6 ottobre 2017

"La parola detta", di Stefania Di Lino

Stefania Di Lino è un'artista e poetessa romana di grande valore, una persona sensibile e affabile, che ho avuto modo di conoscere in questi ultimi anni in ambienti letterari di comune frequentazione, sia a Roma che qui a Napoli; la sua possente vena artistica e poetica mi ha subito affascinato e coinvolto, e tra di noi è andato vieppiù consolidandosi quel rapporto di intesa letteraria e di amicizia che ci ha permesso di collaborare insieme nella realizzazione di diversi eventi, con entusiasmo e slanci creativi.
Diciamo subito che la sua poetica è molto particolare. Dal primo volumetto "Percorsi di vetro" (deComporre Edizioni, 2012), la nostra brava Autrice approda a questo recente lavoro dal titolo veramente emblematico: "La parola detta", pubblicato nel giugno di quest'anno per i tipi della Casa Editrice La Vita Felice di Milano, con prefazione di Cinzia Marulli. Da una poesia di tipo "classico" o se vogliamo "standard" nella forma (versi liberi, ma comunque brani senza titolo e punteggiatura ridotta all'essenziale), Stefania Di Lino, in "La parola detta" sperimenta con successo una propria originalissima forma di scrittura poetica, con testi che hanno, sì, forma narrativa, ma nel cui interno i versi vengono sezionati da una barra obliqua ( / ) o anche una doppia barra ( // ) riprendendo in tal modo l'anima della poesia. E in effetti di alta poesia si tratta, dove la "parola detta" è coraggiosamente e liricamente espressa fin nel suo profondo significato, basandosi su una genuinità di sentimento e su un profondo sentire il mondo interiore (la madre, la famiglia, gli amici) e il contesto sociale che la circonda.
È una poesia che ha un "continuum", quella di Stefania Di Lino in "La parola detta", quasi un poema unitario, in cui i vari brani, tutti senza titolo, costituiscono ciascuno un tassello fondamentale di un mosaico poetico compatto eppure dalle argomentazioni multiple e distinte; sovente i brani cominciano con una "e" che ha lo scopo di continuare il discorso precedente, di legare insieme i vari afflati poetici per renderli una espressione quasi unica e propria del pensiero lirico della nostra Autrice.
Ogni Poeta cerca la sua modalità più congeniale per esprimere con le parole il suo pensiero, la sua filosofia di vita, i suoi sentimenti. Stefania Di Lino ha intrapreso una strada artistica e letteraria che certamente la contraddistingue, nel panorama attuale della poesia italiana, per l'incisività del suo discorso, oltre che per la modalità espressiva e per lo stile tutto proprio, e per l'intensità delle emozioni che riesce a suscitare con le sue autentiche "parole dette".
Abbiamo selezionato dal suo libro alcuni brani, con una certa difficoltà perché sono tutti veramente interessanti, ma per comprensibili motivi di spazio non è stato possibile aggiugerne altri, anche per non togliere al lettore affezionato il gusto di acquistare e leggere tutta la sua raccolta, cosa che consigliamo caldamente.
In tutti i modi, saremo grati agli amici che ci seguono se vorranno lasciare qualche ulteriore interessante commento.


[e s'apre una notte intera nello spazio della fronte]

Il poeta conserva in sé / un'antica tragedia / di cui
ancora non conosce i versi.

***

le distanze i perimetri / le angolazioni / il goniometro
giusto per la misurazione / e poi il metro lineare /
quadro o cubico / il rapporto in scala / (di Policleto la
proporzione) / la sezione aurea e non ultima / l'ispira-
zione. // La distanza utopica che avanza all'orizzonte /
con quel punto di fuga a latere o a fronte //

tutto mi disorienta / tutto è mancanza,

***

e noi / per quanto dicessimo / mai fummo ascoltati // e
allora / ci facemmo vento / grumo di sangue rappreso /
appena sotto il ginocchio / ci facemmo sasso forbice
cesoia / perché forse credemmo / in quella via al cielo
celata / tra anfratti di ramoscelli e foglie / una tana
un rifugio / un sentiero nascosto / calpestato / solo da
zampine veloci / ed erano musi pelosi / silenziosi / ad
indicarne la strada // e le foglie tremavano / e il lupo
taceva / e la luna muta si lasciava oscurare // sapevano
bene / gli occhi aperti / brillanti nella notte / sapevano
bene / di quel nero amico che tutto copriva,

***

viviamo noi / per asportazione / e transitori siamo /
persino nell'assenza / conducimi dunque nei luoghi /
dove la luna / non conti più i giorni / dove il cielo al
mattino si affacci / di promesse carico / alla finestra /

[poeti / voi che cantate / sappiate: / io amo la vostra voce /
io ascolto il vostro canto]

***

ho visto mia madre invecchiare / consumarsi / nel
sempre più ristretto ambito delle sue clavicole / e curve
le scapole ossute pesare / sulle vertrebe schiacciate //
la pancia pendula / certo per vecchiezza / ma anche per
via dei figli avuti / e di quelli strappati – non avuti /
– mia madre è stata una donna del Novecento – /
era ormai quasi vuota dentro / per asportazione / via
cistifellea / via utero e tube di Falloppio / le trombe
di Eustachio più non sentivano / via anche il lobo
del polmone sinistro / lei andava via a pezzi / semmai
un giorno fosse stata intera / presa come era da una
lacerazione profonda / da un inguaribile dolore / che
la rendeva distante / anche quando rideva / e sembrava
ci fosse / ma non c'era / e sembrava felice / sembrava //
ma non lo era / una volta mi disse: / <<Ti voglio bene,
non te l'ho mai detto / io ti voglio bene / ma eri così
diversa da me / e io non ce l'ho fatta / non te l'ho mai
detto.>> Mia madre ora è una donna cava / con le sue
ossa cave / su zampette di uccellino,

***

solo ieri parlavo col mare / e un segno dal cielo / un
gabbiano / interloquiva al passaggio / <<Cambierai>>
– diceva – <<Cambierai / e lo farai attraversando lo
specchio / spinta dal vento / e da una carezza di parole
buone>>,

(anche così la vita accade / tra il fiore svettante d'aloe /
e del nespolo il lento maturare / l'aprirsi notturno di un
fiore / e di un corvo l'improvviso volo / un gracchiare
amoroso),

il cielo viaggia /
spinto verso il mare /
alte nuvole 

***

l'esercizio transitorio di chi rimane / è parlare con i
morti / e allora escono dalle labbra appena mosse /
sillabe sfiorate / bisbigli fruscii / alfabeti contrari e
ritorti / e nidi d'api a ronzare nelle orecchie / quel
suono di continua allerta / e allora girano gli occhi
bianchi rivolti dentro / stridio acuto / stiramento /
è l'urlo abnorme di un legamento lento 7 che lascia
rotolare / in ordine di apparizione le ossa / e allora
chiami a raccolta / i nomi precedi / chiedi a voce alta
se c'è qualcuno,

***

di marcata solitudine / si nasce già tristi nel corpo // le
ferite passano / di madre in madre / passano / di figlia
in figlio / le ferite passano in ogni carezza / tra le dita,

ascolteremo la notte / che porta con sé rumori antichi /
sentirai! sarà fragore di corpi / schiocchi di baci
disperati / annodati forte con la lingua / sarà colla /
saliva adesiva / sarà tenersi stretti abbracciati / a non
perdere le ossa / saranno le parole strette a legare /
a raccontare la dolce materia / nell'ora primaria
scambiata,

***

ora si tratta / malgrado / di conservare il fervore sudato
del bambino che gioca / e lentamente da solo svela
il mistero / e in quel gioco crede / di quel bambino
conservarne l'entusiasmo / la fede,

Testi tratti da "La parola detta", di Stefania Di Lino, Edizioni La Vita Felice, Milano, 2017. Prefazione di Cinzia Marulli.

Stefania Di Lino, scultrice e poetessa, è nata e vive a Roma. Allieva dello scultore Pericle Fazzini e del poeta Cesare Vivaldi, presso l'Accademia di Belle Arti di Roma, si specializza in Educazione visiva e Discipline Plastiche per l'insegnamento nei licei. Autrice di racconti per bambini, da sempre si dedica alla poesia con particolare riguardo, negli ultimi anni, alla Visual poetry, con reading poetici pubblici e poetry slam. Aderisce al progetto "World Poetry Movement", la parola nel Mondo. Attualmente collabora con altri artisti per la realizzazione di progetti legati all'arte visuale e alla poesia.
Nel 2012 ha pubblicato la sua prima raccolta di poesie "Percorsi di vetro", per deComporre Edizioni.
È presente in numerose antologie e riviste letterarie, tra cui I fiori del male (2016).
Con un suo testo critico partecipa al X Festival Mondiale di Poesia, Caracas, in Venezuela. Nel 2014 alcuni suoi testi vengono selezionati dall'UNESCO di Torino, per la Giornata "Etica Globale e Pari Opportunità: il contributo delle donne allo sviluppo dell'Europa e del Mediterraneo", pubblicati e tradotti in diverse lingue.

Nel 2015, nell'ambito del programma dedicato alla rassegna Poetica, presso la Galleria Biffi di Piacenza, partecipa con una sua performance denominata Dialoghi poetici.


mercoledì 27 settembre 2017

Sabatina Napolitano e le sue composizioni "Essenziali"

Poesia o prosa? Poesia in forma di prosa, o prosa che contiene in sé l'afflato poetico?... Senza andare a scomodare il Manzoni, che nei "Promessi Sposi" sovente si accosta alla poesia, per immagini e musicalità e ritmo nella narrazione, possiamo ben dire che esempi di brani poetici strutturati in modo "prosastico" ma che mantengono il ritmo, la cadenza e le altre caratteristiche peculiari di una poesia, se ne possono trovare largamente nella produzione attuale, comprendendo anche strutture come il prosimetro, in cui c'è un alternarsi di prosa e versi.
Volentieri quindi presentiamo questi brani inediti della poetessa Sabatina Napolitano, qui proposti con il titolo "Essenziali". E si tratta proprio di un bell'esempio di poesia in forma di prosa, o se vogliamo di prosa poetica, tanto è osmoticamente intrecciata l'una nell'altra, quasi a formare l'ordito e la trama di un tessuto regolare e continuo, arricchito nella propria fondamentale struttura dell'una e dell'altra sostanza. "Essenziali" questi brani, perché essenziale è la parola su cui poggiano, su cui si fondano. Sabatina Napolitano, in questi testi, mira alla spontaneità dell'attimo rivelatore, attingendo con coraggio e perspicacia dalla profondità della sua persona. Utilizza salti di parole e di proposizioni, non tanto per spiazzare il lettore, ma quanto per un collegamento immediato tra una sensazione e l'altra, tra una riflessione/immagine e l'altra: "i poeti hanno sempre dubbi è un gioco continuo di pesci e inchiostri quando mi abbracci vinco il nulla i brividi riempiono la solitudine e diventi semplice come un uomo e abbandoni il poeta,  lasci il tempo, lo prendi, lo mastichi".
È questo raggiungere, qui e là, confini possibili per ritrovare l'"essenza" e la verità degli attimi, del tempo e della materia che nonostante tutto scivola sempre via, che connota la costruzione poetico/prosastica della Napolitano, almeno negli esempi proposti qui.
Una scrittura davvero interessante e sotto certi aspetti originale e innovativa, per l'immediatezza e per la genuinità del progetto, per la forma che abbandona la classica espressione in versi, proponendo una modilità più diretta e coinvolgente.

Ed ora, come sempre, lasciamo al lettore affezionato e interessato, eventuali altri commenti e/o riflessioni su questi scritti di Sabatina Napolitano, alla quale siamo grati per averci dato l'opportunità di conoscere e apprezzare ancora di più la sua attività poetica.


ESSENZIALI

QUANDO SCRIVIAMO POESIE

quando scriviamo poesie disegniamo linee su fogli e quando le leggiamo come in un laboratorio di parole e legni, le nostre sono tensioni di ossigeno, orgasmi, quelle di Kandinskij sembrano cellule: i poeti hanno sempre dubbi è un gioco continuo di pesci e inchiostri quando mi abbracci vinco il nulla i brividi riempiono la solitudine e diventi semplice come un uomo e abbandoni il poeta, lasci il tempo, lo prendi, lo mastichi. E io, analitica, voglio generare luoghi sulla carta, formarci insieme, scrivere le variabili, misurare le voci e qualsiasi caldo del mio più freddo, del mio necessario organismo, tu lo elimini: cancelli il vetro, e il tuo verso segue il mio. Esordiamo così teneramente tutti gli istanti, aspettiamo il penultimo rialzarsi stiamo in macchina a guardarci sollevare, e ti dico: la logica, i segni, le cifre, trascini il pollice dei giorni che vengono dopo, giochi col mio collo, non ci sono più visioni, tu le superi tutte nelle mie parole che si rotolano nell’acqua, le guardo cadere sotto la tua gola. Tutti cercano ancore, io la trovo per caso ogni volta che ci parliamo e mastichiamo non è prendere ma accomodarsi e sono gli occhiali, sono i libri, è quando mi dici sei bella, attraversi gli anni.


NON SEI PIU' NEI FOGLI

negli anni le lettere si appellano al tempo le tue si rivelano come un vocabolario, annoto i vari effetti di luce davanti a me come specchi, superate le visioni che ci fondarono aperti nel fango, e la mia voce come un tonfo continua a incontrarti. L’amore è questo viaggio che ci dà del tu e che chiamiamo per nome. Non sei più nei fogli. Non sei più nelle lettere o vicino alle lettere. Metto le parole più vicine al tuo corpo. Questa sera le geometrie del tuo viso a metà tra l'incarnato e la luce capitano in me senza filtri a dirti mio un moto da consumare sulle tue spalle.


IL DIALOGO SOSPESO

non siamo più eroi a parlare del tempo ritornare all’occasione della genesi, posiamo gli occhi su una idea che sorge da un tronco. Scrivono i nostri nomi in cifre millesimali, avremo tempo per far chiare le immagini a guardare la lancetta porsi domande. E sollevata la fronte parleremo al dialogo sospeso come se la nostra fosse una apertura più in là da ogni dubbio quando nel silenzio t’addormenti e ora ti svegli non per gelosia, non perché è scritto in una poesia in un dopo che ti guarda senza il tempo di capire quando sprofonda il sonno immediato respirando forte ancora nel silenzio, il corpo fuori dal tempo ci dice equidistanti e la sera ci interroghiamo seguendo i movimenti del mistero e ci auguriamo nel giorno nei suoi teoremi che non avesse condiviso con noi la vita e guardiamo le scene come se si muovessero definite mettendo tempo dentro il tempo senza avere fretta senza motivo.


SINCERO

non mi copro più al tuo essere sincero da terra sollevo una giacca respiro fino a guardarla lasciata in macchina dimenticata in locali e la vita scorre, guardiamo la nascita da un balcone, era ora di mutare le cose dette e quelle non dette era ora che un’impronta sprofondasse come pioggia fitta. Al confine delle cose riempiamo una risposta chi siamo io e te una domanda ci stringe non ti somiglierò mai alle ombre mai più i miei seni saranno porti di freddo dentro dove puoi scordare te stesso questa mattina provare ad aprire una strada al vuoto scovarla prima di salpare e prima di saltare in respiri sradicati. Questa mattina mi dimentichi poi poco dopo il caffè mi ricordi e fingi di dimenticarmi per prendere i tuoi discorsi mentre preparo da mangiare. E girare per il corridoio, giocare a nascondino giocare a guardarci allo specchio. Ti imparo ogni mattina così come corpo mentre mi tieni per le caviglie. Siamo anche oggi il rifugio, la calce, ad infilare crune raccogliendo la luce, cucendo la luce.


AL MUSEO


nelle lenzuola c’è un biglietto per il museo. Il caos prende le forme delle tue promesse le inanella mi dici di fermare una poesia la felicità è nostra, è mia in prima persona, scrivono poesie di eventi, non essere la libellula ma il cumulo dei sensi è la strada delle attese. Le scene galoppano, le chiese hanno silenzi, le macchine, la gente corre. Motorini. L’abisso è il meraviglioso fiume degli anni danzano cigni nel disimpegno, dire che siamo ispirati quando l’ispirazione è la vita. Le grandi illusioni ti chiudono alla fede, come sa amare Montale ripristinare una sottile stagione.


UNA SERA AL PORTO

andiamo a una mostra: ci sono orme leggere qualcuno legge una poesia che non è letta. I fenicotteri dicono che la storia rientra. La prima tenerezza suona gli elementi fa venire il mal di fava. Pioppi alle finestre si incastrano agli alberi delle barche come aghi cuciono le cime degli alberi incastrati alle cime delle barche risuonano di archi gialli. Alcune luci sono grappoli d'uova le tue dita digitano orme a riempire finestre quando gli alberi delle barche come punte di piramidi si intersecano a cazzare andature prima di controllare lo spartito come lo spartiacque delle tue mani a rollare controvento con te che cammini avanti a me dopo una caduta e la natura è il molo verde da una finestra come un oblo la luna ci accompagna a casa, tu guidi le tue onde sono in ascissa zero. Eccola la luna, era dietro al monte che ora è dietro la luna ci accompagna così come una virgola. Coito interrotto a vita. Non conosco il morire, le indicazioni sono pelle. Che il respirare è la nostra casa, le carte al monte indicavano l'infinito, le promesse indicavano specchi concentrici di onde di circuiti. Sei bello quando sei lento. Mi baci la schiena. Le barche respirano in un ventre sono tutte vive.


Sabatina Napolitano, nata nel 1989, è vincitrice di numerosi concorsi nazionali per la poesia singola e per la poesia edita. Ha pubblicato: "Metastasi di autonomia" (La Scuola di Pitagora editrice, 2011); "Tango per cigni neri" (Il saggio editore, Eboli, 2013); "A briglie sporche" (con Paolo Bigotto) (Menna editore, Avellino 2013); "Poesie d'amore" (La Scuola di Pitagora editrice, 2015). La raccolta "Negli incastri degli orologi" è stata premiata da Fara Editore; alcuni testi sono on line sul sito della stessa casa editrice.

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

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