lunedì 4 settembre 2017

Le "Emersioni" poetiche di Alessandra Fanti

"Emersioni" è il titolo sibillino, indovinato, di un libro di poesie di Alessandra Fanti, cagliaritana. Si tratta della sua prima raccolta, ospitata nella Collana Opera Prima diretta da Rita Pacilio per le Edizioni La Vita Felice. Ma per approdare a questa prima raccolta, il lavoro di ricerca e di stile, nei contenuti e nella forma, è evidente, come è evidente il percorso poetico dell'autrice che l'ha condotta a questo importante risultato. Un punto di arrivo, certo, ma anche sicuramente un punto di ri-partenza, perché la poesia di Alessandra Fanti è destinata a riscuotere sempre maggiori e meritate affermazioni e consensi, dal momento che il suo dettato, il suo dire poetico, affascina e coinvolge, come deve accadere in ogni costruzione poetica di qualità.
Le poesie brevi, senza titolo, si alternano in riflessioni acute sulla propria esistenza, sulla schiettezza dell'anima, sui sentimenti e in particolare sull'amore, ricercato, provato, sfiorato, deluso.
Organizzata in otto sezioni, la silloge si mostra fluida e gradevole. E sono poesie che inducono a riflettere, a meditare sul senso quotidiano della vita e dei sentimenti. Se qualcosa resta in noi leggendole, vuol dire che l'autrice ha la potenza e il dono di comunicare direttamente al cuore e alla mente del lettore: un talento poetico non sempre riscontrabile.

Riportiamo qui di seguito alcuni brani tratti dal suo libro, lasciando ai numerosi amici che ci leggono di aggiungere, se lo desiderano, altre riflessioni in proposito.

(Da Scarlatto)

Sono cose semplici quelle di cui ti parlo
sono quelle che so, pochissime in realtà.
Bisogno e gratitudine
stupore e lontananza
amore e ogni suo contrario.

***

Sono una torre di sabbia
sgusciata dal secchiello di un bambino estivo.
Mi sbriciolano passi, onde e vento.
Non c'è eternità per me.
Ma la sabbia nessuno la consuma.

***

Sono amiche delle spine
le mie mani e hanno sangue
abbastanza da poterne sprecare
in qualche goccia perduta
nello scivolare di velluto della rosa.
Il vento è un conoscente
che frequento da troppe estati
per doverlo temere ancora
non ho segreti con lui
nonostante i silenzi
che da sempre gli regalo
quando ho la bocca
chiusa dai baci o dai baci aperta.


(Da Porpora)

Ridono gli occhi alle labbra e viceversa
messaggi incrociati a riconoscersi
da un lontano non c'eri.
Così in fretta ti vedo e mi guardi
che <<dov'eri?>> non domando già più.

***

Nulla mi aspetto da te
negli specchi dei nostri sguardi rimbalza di tutto.
Tenerezza e ferocia, tue nel primo accenno di danza
scorrono nel mio sangue in tempesta.
Ti temo. Ti amo.
Ti cancello in meno di un respiro.
Sono già tua e non mi vuoi.
Ti lascerei morire senza un bacio a salvarti.


(Da Sangria)

Come miele che cola
sulla pasta croccante
il tuo sorriso lento.
Non so mai
quale timore lo trattiene
prima di sbocciare
ma si apre e scalda.
Ti conosce il mondo
prima del ritorno a casa.
Poi manchi.

***

<<L'amore – se era – resta.
È al sogno che dico addio.>>
Due traiettorie si incrociano
si affiancano, sognano un percorso.
Poi diverse gravità faranno il loro corso.
Forse ci si amerà ai lati opposti dell'universo.
Forse no.

***

Sei bello
ragazzo mio
splendente d'aria
come il rosso rubino
che rimbalza e corre via
nei chicchi della melagrana
sfuggiti all'improvviso al piatto
che la mano distratta ha inclinato.
(Il dire dei tuoi occhi sfugge al tempo.
Nel ricordo è eterna ogni cosa che non dura.)


(Da Ruggine)

Non volevi me.
Non volevi neppure il mio corpo.
Volevi il mio piacere per esserne contagiato.
Non te l'ho dato.
Non sapevo dov'era finito.
Procedere alla cieca, nel buio sconfinato
lo ammetto, mi è piaciuto.

***

Nei sogni in cui cerco e non trovo
con il filo a scorrere dell'angoscia
con il filo sottile della voce
che non esce
con il filo dei passi interrotto
- paiono incollati piedi e scarpe al non posso –
intreccio la domanda.
Voi dite sì.
Io non riesco a svegliarmi.


(Da Corallo)

Farsi erba.
Silenzio verde.
Pazienza in fili.
Nessuna urgenza.
Passare così.
Indimenticabili nullità.

***

Un piccolo dove di ombra e sole
a spezzetto sul tavolo.
Aver mangiato prima – con risa.
Abbracciare quel sonno che ci circonda le membra
a volte, in quel dove.
Mentre si vorrebbe dormire
dimenticando il formicare del tempo
il suo duello di lancette e noia.


(Da Carminio)

Un misuratore di livello di poesia
– questo avrebbe voluto inventare –
per opporre agli sguardi scettici
un dato oggettivo, un numero netto
una conferma sperimentale di ciò
che credeva reale: non c'è cosa
al mondo immune, non c'è cosa
che si salvi dalla corrente – irosa –
che trascina e sposta e, quindi, posa.
Non sono un inventore, pensò il poeta
e tornò a scrivere di tutto, come prima.

***

Ha doveri di trasparenza la voce
davanti al mare ogni reticenza inquina
il pomeriggio un sollievo di presenza.
I respiri hanno ritmi da brezza
le età trascorsi da mescolare
gli occhi riconoscono gli strappi delle raffiche
la coda dell'occhio è l'organo preposto e sa.
Noi, con le carte del si può o non si può,
da piccole pieghe attente magicamente
sbocciamo aerei da tenere in tasca
a sgualcirsi in attesa del decollo.

***

Da ogni ferita ad ogni consolazione.
Si può.
Se mi ascolti, se ti ascolto.
Come fossimo – e siamo – lo stesso andare. 

Testi tratti dal libro: "Emersioni", di Alessandra Fanti, Collana Opera prima diretta da Rita Pacilio, Edizioni La Vita Felice, 2017. Prefazione di Rita Pacilio, postfazione di Gavino Angius.

Alessandra Fanti è nata a Cagliari nel 1962. Scrive per necessità, diletto e gratitudine una poesia popolare che, nella semplicità dell'espressione, renda conto delle complessità del sentire e del suo sguardo sull'umano, da sempre interesse primario e luogo della sua ricerca.
"Emersioni" è la sua prima raccolta di poesie, edita per i tipi de La Vita Felice Edizioni, nella Collana Agape, Opera Prima, diretta da Rita Pacilio.


sabato 2 settembre 2017

Il "Cuore quarantena" di Giulia Bravi

Una giovane poetessa, ma che ha già maturato fortemente la propria spiccata inclinazione per la letteratura e in particolare per la poesia (da notare il suo eccellente percorso in quest'ambito, e i riconoscimenti ottenuti in importanti concorsi letterari). Parliamo di Giulia Bravi, nata a Rimini, studentessa universitaria a Bologna. Meritatissimo il suo primo premio ottenuto l'anno scorso a Napoli, al concorso "Il Banco dei Poeti" indetto dalla Fondazione Banco di Napoli e svoltosi nella prestigiosa sede dell'Archivio storico del Banco di Napoli; in giuria Maurizio Cucchi, Davide Rondoni e Melania Panico.
"Cuore quarantena" è dunque il frutto di questo importantissimo riconoscimento: un'opera davvero encomiabile, pubblicata per i tipi di CartaCanta Editore, Collana I Passatori, con prefazione di Melania Panico e postfazione di Davide Rondoni.
Ecco cosa dice del suo "Cuore quarantena" la stessa autrice, in sintesi:

"Cuore quarantena è una raccolta di poesie nata dall’incontro con le storie contenute nell’Archivio Storico del Banco di Napoli e messe a disposizione dalla Fondazione in occasione del Premio Il banco dei poeti. È il mio incontro con le persone, i fatti, i luoghi che abitano quelle pagine antiche – inesauribili scrigni di nomi e di giorni.
Questo libro è la mia voce prestata a storie che non possono morire, a uomini che continuano a chiedere di essere ascoltati. Mi hanno chiesto la parola e io gliel’ho data. Sono loro questi versi."

In effetti, il coraggioso e direi riuscitissimo modo di ideare e realizzare una complessa e originale costruzione poetica ispirandosi e basandosi sulle storie antiche conservate nell'Archivio del Banco di Napoli, è la dimostrazione tout-court che vera, autentica poesia, è la ricerca di temi diversi, di continue instancabili speculazioni interiori (e sul mondo esterno!) rivolti ad esprimere, in modo poetico, tutto ciò che in qualche modo ha "sconvolto" o perlomeno interessato, stuzzicato, affascinato, la propria anima e la propria intelligenza creativa e artistica. Giulia Bravi ha trovato questo "canale" di ispirazione nelle storie dell'archivio, rimanendone "poeticamente" impressionata, profondamente interessata, tanto da riuscire a produrre quadri poetici che, traendo spunto dalle storie originali, ripropongono fatti, situazioni e personaggi dell'attuale vissuto dell'autrice.
Ma ora invitiamo i nostri lettori a leggere alcuni testi della nostra autrice, tratti dal libro "Cuore quarantena", per esprimere poi, se lo desiderano, ulteriori graditi commenti.

Nota:
I seguenti testi sono tratti dal libro "Cuore quarantena" di Giulia Bravi, CartaCanta Editore, Forlì, febbraio 2017, Collana I Passatori. Prefazione di Melania Panico, postfazione di Davide Rondoni. Silloge vincitrice del Premio "Il banco dei Poeti", Napoli, 2016

(Da: Hecce Homo
1590)

Che l’amore fosse sangue
lo imparò in ottobre.
Le lenzuola bianchissime
la sua pelle tutta avorio,
un Ecce Homo appeso
che la guarda.

*
Era stato il regalo più prezioso
quel quadretto di panno,
era d’argento e d’oro:
un Ecce Homo.
Appeso nella camera
da letto, lei non voleva
non riusciva a guardare
il sangue, non sapeva
leggere l’allarme
rosso di quell’uomo.

*
Che l’amore fosse sangue
e che il sangue fosse rosso
lo imparò in ottobre.
Fabrizio
era l’amore, il suo vizio
la passione precipizio.
Lei non guardava mai
l’Ecce Homo, ma
la carne del suo uomo,
il lenzuolo bianco
della pelle.

*
Il sangue nel corpo
non basta, è troppo poco.
Arriva, li vede,
non sa dove colpire
lo fa senza guardare.
Lei non sente niente,
vede solo il sangue
correre sui ricami
bianchi del letto,
dice solo un nome
“Fabrizio”.
Non sapeva
proprio non sapeva
- lo imparò in ottobre -
che la passione fosse sangue
rosso, punizione.

*
E chiedersi nell’atto ultimo
il gesto estremo
quando ho iniziato a perderti
le diagnosi sbagliate
l’amore sempre imperfetto
ma eri mia quel giorno
e tutta bianca, quando
hai iniziato amore
a sporcarti, il difetto?

*
Lanciare il sasso
non ti restituirà i suoi occhi
non ci sarà l’amore
da seppellire
ma solo il corpo
negato, sottratto
il respiro. E ora
un pizzico di terra
sopra il viso bellissimo
che non poteva essere tuo.


(Da: "Cuore Quarantena"
1656)

Il sole ti ha seccato le labbra
ti sei privata dell’acqua
– che beva lui, salvalo…
Speravi che la fine
dei tempi volesse te
sola, lui no, non
poteva, lui
era forte, gli occhi
giaguaro, quelle mani
lasciarle mai
no, non voleva…

*

Ritorni a casa, il fiato
manca, mancano le parole
tra la laringe e le labbra
scorrono, si perdono.
Manca la presa
della mano, il cuore
per dire: amore
quarantena.
Sono questi i comandi
dati dai soldati.
Ma lo vedi a letto
il suo cuore giaguaro
che respira, il viso
rosso, il suo respiro amaro.


(Da: "Gli Incurabili",
1683 – 1763)

Ursola chiedeva: toglietemi il sangue
dalle vene; Ursola una volta
era bambina e rideva,
diceva di parlare con una rosa,
si feriva le dita bianche. La spina.
All’Ospedale degli Incurabili
arrivata a trentatré anni
internata, ricoverata per pazzia.
Le tagliarono le unghie cortissime
– si feriva le braccia, i polsi.
Le mancavano le rose:
per tutta la vita ne cercò le spine,
i tagli sul corpo – quella presenza,
la voce che non doveva dirle addio.

*
Stai calma, bambina, donna
che non ha saputo crescere
tra queste braccia.
Forse qui, tra queste mura,
avrai tregua, troverai riposo,
la tua bonaccia.
Non so con che voce dirtelo
con quale ritornello
è l’ultima ninna nanna
che ti canto
figlia mia
bambina mai cresciuta,
la mia donna.

*

Il medico dell’Ospedale degli Incurabili
è il maestro dei matti nella Casa Santa.
Lo vedi passare in ogni stanza:
sa correre dietro agli urli
di vetro dei pazienti. Ogni chiamata
non porta il suo nome, nemmeno l’eco
di “mastro” nei corridoi. È il male
che entra dalle porte e grida.
Non c’è pomata. Lui calma
con quel passo affrettato
i deliri dei pazzi, il dolore
che continuamente chiama.

*
Sa bastare la terra
per raccogliere tutti i corpi?
A Napoli lo Tridici
il cimitero: trecentossessantasei
fosse. La terra può
contenere un corpo
al giorno, anno bisestile.
Oltre le mura lo Tridici
raccoglie trecentossessantasei
corpi, oltre i suoi cancelli.
Sa bastare la terra
per raccogliere tutti i corpi?
Si prepara la barra lunga,
il tavolone di castagno.


Giulia Bravi è nata a Rimini nel 1996. È diplomata al Liceo Classico e studia Lettere, curriculum Culture Letterarie Europee, all'Università di Bologna. È stata vincitrice dei premi: Edgardo Cantone (2014, 2015, 2016), Agostino Venanzio Reali (2014, 2015), Il Banco dei Poeti (2016). Frequenta il Centro di Poesia dell'Università di Bologna e collabora con la rivista letteraria "ClanDestino", diretta da Davide Rondoni e Gianfranco Lauretano. Suoi testi compaiono su riviste, blog di poesia e nella trasmissione televisiva In che verso va il mondo, a cura di Davide Rondoni.

Cuore quarantena è la sua opera prima.


lunedì 14 agosto 2017

La denuncia civile nelle poesie di Ester Cecere

Abbiamo già avuto modo di parlare dell'ottima poesia di Ester Cecere, in un suo precedente lavoro, dal titolo davvero significativo: "Fragile. Maneggiare con cura" (Kairos Edizioni, Napoli, 2014). In quella sede esprimemmo un nostro discreto giudizio sulla sua poetica, riflettendo sul fatto che la "poesia" in genere è proprio così: fragile, e va "maneggiata con cura", nel senso che può frantumarsi in mille schegge se denigrata e/o non capita, non assimilata, ma i suoi frammenti possono anche ferire ed infierire: in particolare su un mondo che complessivamente ha abbandonato ogni sentimento e ogni valore di umanità.
Allora Ester Cecere riprende in un certo senso il suo discorso pungente, perché una poetessa sensibile e attenta come lei non può fare finta di nulla, ignorare le infinite atrocità di questo nostro mondo attuale (ce ne sono sempre state, fin dall'Eden, ma è sempre opportuna e lodevole la denuncia da parte degli uomini di buona volontà e degli intellettuali!...). Una poetessa e scrittrice come la Cecere, peraltro impegnata anche nel campo lavorativo, a continuo contatto con le meravigliose creature del mare, sovente vittime della disattenzione (a dir poco!) dell'uomo, non poteva rimanere in silenzio di fronte a tutto ciò che relega l'uomo nel fosso più profondo della cattiveria, della indifferenza, del sopruso e della violenza.
"Non vedo, non sento e…", titolo che richiama l'immagine delle tre scimmiette sagge che non vedono il male, non sentono il male e non parlano del male, è in realtà utilizzato qui, dalla nostra Autrice, come simbolo di denuncia ai mali del mondo. Non per nulla il titolo non completa la classica frase, ma si ferma ai puntini sospensivi, cioè proprio lì dove effettivamente "bisogna" parlare, raccontare, indicare, denunciare. Ed Ester Cecere lo fa con una poesia sobria, priva di inutili giri di parole, perché il male, in qualsiasi forma si presenti, deve essere chiaramente denunciato, senza indurre dubbi o giustificazioni alcune. Lo stile delle poesie di Ester Cecere in questa sua raccolta di denuncia è quindi coerente al tema; in molti versi si evidenzia la partecipazione piena al dramma umano, e il lettore non può che accordarsi e rimanerne positivamente coinvolto. Eppure, il suo dettato poetico è pervaso da una sorta di elegante compostezza, pur nei tratti che lasciano intravedere situazioni scabrose e violenze inaudite: qui sta la bravura e la competenza della poetessa, che si lascia coinvolgere ma mantiene sempre aperto l'orizzonte alla speranza, con una dolcezza e una luce che è la vita stessa, nostra e della poetessa, una vita che è comunque sacra e da proteggere sempre e ad ogni costo.

Da "Non vedo, non sento e…", riportiamo qui di seguito alcuni testi. Saranno graditi commenti e riflessioni da parte dei Lettori che ci seguono.


Da dove vengono le lacrime?

Da dove vengono le lacrime
se stagni secchi
sono gli occhi,
legnoso nòcciolo
il cuore,
e l'anima
l'esuvia d'un serpente?
Forse,
sono gocce di primaverile pioggia.
Forse,
sono stille di rugiada mattutina.

Sono le lacrime del mondo,
cadute su di un viso
duro come cuoio
per donargli ancora
un po' d'umanità.


La vita in una valigia
(Agli emigranti italiani)

In una valigia di cartone
la tua vita stipasti.
Poveri abiti rattoppati
come i giorni tuoi
e il vestito della festa.
Eppure t'era greve.
Pesavano molto
l'angoscia dello strappo
e di orizzonti incerti
la speranza.
Senza radici
eri su quella nave.
Erano rimaste lì,
in quella terra aspra
dal sole accecata
e arsa dal salmastro
dove fra gli ulivi
il vento era melodia.

Vedevi la Lanterna scomparire…
Sugli occhi un velo
e nel petto un grido di gabbiano.


Gay

Bambole riempivano
di bimbo il tuo mondo.
Pistole e soldatini disdegnavi.
Affini amiche le compagne,
impossibili depositarie
di non convenzionali turbamenti.
E ti seducevano
gl'inquieti occhi
e il maschio cipiglio
di colui che ti sedeva accanto.

Eri dolce,
troppo dolce…
Ancheggiavi,
sì, ancheggiavi!

Come maligna esondazione
scherzi risa scherno
ti travolsero.
E al volo senza ritorno
la tua vita affidasti.


Non fu abbastanza azzurro il mare

Hai preferito il volo
al vuoto intorno a te.
Vuoto d'amore?
 –Non già lo disse affranta
colei che tanto amò Taranto bella? –
In un'incerta primavera
non fu abbastanza azzurro
per dissuaderti il mare
da quel salto sugli scogli
che alla giovane tua vita
precocemente
il punto mise.


Dimmi Dio, rispondimi Allah

Dimmi Dio,
chi ha ragione?
Rispondimi Allah,
dov'è il torto?
È forse negli increduli volti
da strisce rosse rigati
di creature innocenti?

Spiegami Dio,
cos'è un'etnia?
Parlami Allah,
perché tanto odio?

Smisura l'assurdità
d'una faida che sanguina
di giovani vite falciate.

Che persino la morte
fatica a portare con sé.


Attentato

Squassa il boato
l'aria e le coscienze.
All'unisono tremano
la terra e i cuori.
Incredulo scheletro
fuma disperazione l'autobus.
Schegge di vetro
in occhi accecati.
Di sangue urla mute
su bocche atterrite.
Fantocci smembrati
e chiazze vermiglie
sull'asfalto annerito.


Colorate farfalle
(Alla bimba usata come kamikaze in Nigeria)

Ignara saltellando
verso la morte t'avviasti
con la vivacità degli anni tuoi,
incuriosita e attratta
da richiami e colorate merci.
Il sorriso candido
contro l'incarnato scuro
da treccine incorniciato.
Così lontana la morte
dalla tua spensierata età!
Eppure in mille briciole
ti dissolvesti
fra gente inconsapevole
e di terrore muta.

Tramutata in farfalle colorate
voglio pensarti
come creatura fatata
nella più bella fiaba.


Ti fu culla e bara il mare
(Al piccolo migrante nato e morto
durante la traversata)

Di doglie urlava
il mare in burrasca.
Carillon dei tuoi sogni,
regolare e tranquillo,
in tamburo impazzito
d'improvviso mutò
del materno cuore il battito.
Ad echi di terrore franò
il mondo tuo silenzioso.
Poi il nulla…

Da un liquido all'altro
passasti,
ancora legato
al tuo primo unico amore.

E ti fu culla e bara il mare…


Il cuore in una bottiglia

Il cuore
in una bottiglia ho rinchiuso.
Con forza l'ho lanciato
tra spumeggianti marosi.
Una risacca cattiva
i piedi insidiava.
Schiaffeggiava freddo il maestrale
il viso dalla pioggia rigato.

Che incontri acque tranquille.
Che baciato dal sole galleggi.

Un delfino ci giochi
in un mare ormai ostile.
Un migrante naufrago
lo stringa a sé forte.
Giunga su povere coste
a pulsare per misere genti.
Lo raccolga curioso
un bimbo infelice…

 (Da "Non vedo, non sento e...", WIP Edizioni, Bari, 2017. Prefazione di marina Pratici)

Ester Cecere è nata a Taranto, dove svolge la sua professione di ricercatrice presso il Consiglio Nazionale delle Ricerche, occupandosi di biologia marina.
Poetessa apprezzata, ha scritto quattro libri di poesie: "Burrasche e Brezze" (Il Filo, Roma, 2010); "Come foglie in autunno" (Tracce, Pescara, 2012); "Fragile. Maneggiare con cura" (Kairos, Napoli, 2014); "Con l'India negli occhi, con l'India nel cuore" (WIP Edizioni, Bari, 2016). Ha inoltre pubblicato la raccolta di racconti "Istantanee di vita" (Kairos, Napoli, 2015).
"Non vedo, non sento e…", edito per i tipi della WIP Edizioni di Bari nel 2017, con prefazione di Marina Pratici, è la sua ultima raccolta di poesie in ordine di tempo.
Sulla poesia di Ester Cerere hanno scritto: Giorgio Barberi Squarotti, Dante Maffia, Nazario Pardini, Domenico Pisana.

È possibile consultare il suo sito web all'indirizzo www.estercecere.weebly.com


sabato 12 agosto 2017

L'immediatezza della realtà nei versi di Elisabetta Panico

Presentiamo con piacere la giovane poetessa Elisabetta Panico, artista a tutto tondo, peraltro, in quanto la sua creatività, spigliata, prorompente e sincera, si manifesta anche nelle arti pittoriche, grafiche e musicali. Elisabetta si è infatti diplomata presso l'Istituto d'Arte di Avellino e attualmente segue corsi di studio presso l'Istituto di Belle Arti di Napoli. Nata a Pomigliano d'Arco, vive a Cicciano, nei pressi di Nola, distinguendosi per la sua intensa e meritevole attività artistica non solo nel nostro territorio campano, ma anche a livello nazionale.
Molto interessante è la sua recente raccolta di poesie, dal titolo originale "Il riflesso del mondo, in una pozzanghera nel fango", edita nel 2016 per i tipi della BookSprint, e dalla quale estrapoliamo qui di seguito alcuni brani, dopo aver riportato la breve sinossi che ne riassume il contenuto.
L'immediatezza della realtà nei versi della nostra giovane Autrice, risalta subito ad una prima attenta lettura di questi brani. Si tratta evidentemente di una poesia che tocca non solo i problemi esistenziali, che traspaiono in un dialogo diretto con un "tu" che è probabilmente il riflesso dell'interiorità della poetessa, ma anche la complessità del mondo esterno, che l'autrice "sente" decaduto e ipocrita. Il linguaggio è asciutto, diretto, sobrio, privo di sovrastrutture ridondanti, ed è quindi incisivo, quasi spiazzante.
Lasciamo però ai lettori affezionati che ci seguono, altri eventuali interessanti commenti sulla poesia di questa nostra giovane autrice, alla quale esprimiamo il nostro plauso e i nostri complmenti


Sinossi
“Il riflesso del mondo, in una pozzanghera nel fango” è un frangersi concreto di sensazioni interne all’animo umano. Versi forti, secchi, decisi, che si susseguono dispiegando la realtà nuda di chi scrive. Da osservatori partecipi, ci si ritrova in una nuova energia, fatta di disincanto, dove percezioni ormai non più ricomponibili vengono riassemblate in una nuova luce, e riassorbite nella carta. Una consapevolezza malinconica del vivere e il fascino misurato in attimi brevi. Una raccolta originale, scritta egregiamente che al di là di qualsiasi idealismo espone le grida di un silenzio che veicola una riflessività in sé più che sincera.

2

La mia vita fatta di suoni.  
Lo scoppio di una busta piena
quella volta con mamma
che portò sotto l’auto un piccione;
O il rumore sordo dell’ago  
che va giù sotto la pelle di Norman;
Le grida nervose,  
squillanti,
che vibrano legate all’infanzia;
La tosse spessa e continua di papà,
seguita da sospiri affannosi  
che implorano,
nell’ultimo periodo
durante le notti;
E i gemiti dal suono pieno  
e i sospiri di libertà,  
durante il godere di quel musicista un tempo il mio amore;
Il rumore di stoviglie in cucina
che annunciano:
è Mattina.

   
4

Mi sono persa così tante volte negli altri  
che ho dimenticato la via per tornare a me stessa.


16

La pioggia persevera,
si ribella all’estate che dovrebbe esser protagonista.
Prende la scena anche a Maggio,
e così anche a noi.
Ci ostiniamo a ricordarci,
ed odiarci…

Basterebbe riabbracciarsi
e uscirebbe il sole per tutti.


23

Il jazz non lo balli,
non lo canti.
Lo senti.
Il corpo è rimasto in disparte,
si muove qualcosa da dentro
ma allora devi saper ascoltare.

E chi si mette a farlo?
Pochi.
Ecco che il jazz lascia spazio
alla canzone in radio che canti,
e poi balli…
E nessuno lo sente più.



26

Il circolo vizioso di un incompreso.

Vivi nel tuo mondo;
Il tuo mondo è fatto di lettura
disegno
scrittura
e tante riflessioni;

Ti capita di entrare anche in contatto con persone reali;

Le persone che conosci ti fanno sentire strano perché sono tutte uguali;
La delusione e frustrazione nel sentirti sempre sola nel tuo genere,
prendono il sopravvento;

Come unica consolazione ti rinchiudi nel tuo mondo e
il tuo mondo immaginario continua ad arricchirsi;

La differenza tra te e gli altri
aumenta.

La solitudine cresce;

Consolazione:
il tuo mondo
gira
gira
gira.



33

La gente non ci rimane più male,
né stupisce.

Vive in questa via di mezzo
che funge da tranquillizzante,
un’anestesia…

Vive in questa striscia rossa
in mezzo a una in bianco e
una in nero…

Pacata
menefreghista
e indifferente.

Mi chiedo che tristezza debba fare la loro vita
una volta a casa fuori dagli ambienti di massa sociale.

Sapete che tristezza?!
Non si portano a casa un sorriso,
una malinconia venuta fuori
dal volto di qualcuno che
come te,
nemmeno ti guarda.

Che tristezza,
vivere solo per se stessi
a pro di che? ...

Non esiste né un per cosa
né un per chi.

Un uomo misero e glaciale,
nemmeno tra gli estinti.
La chiamano
società contemporanea!

Dove l’unica evoluzione
diventa prettamente personale
e come possa accader tutto ciò
senza l’Altro…

Poi verranno a spiegarmelo tra qualche anno,
questi signori Splendenti.

(Poesie tratte dalla raccolta “Il riflesso del mondo, in una pozzanghera nel fango”, BookSprint Edizioni, 2016)


Elisabetta Panico è nata a Pomigliano d'Arco (Napoli) nel 1995. Si è diplomata all’Istituto d’Arte di Avellino all’indirizzo Grafica Pubblicitaria e Fotografia. Segue tuttora studi di carattere artistico presso l’Accademia di Belle Arti di Napoli, nel Dipartimento di Didattica e Comunicazione dell’Arte. Ha pubblicato nel 2016 “Il riflesso del mondo, in una pozzanghera nel fango”, raccolta di versi edita dalla BookSprint Edizioni. Ha rilasciato in anteprima di uscita un'intervista alla Biblioteca Nazionale di Roma nel novembre del 2016. Nel Febbraio del 2017, in onore della Terza Edizione della Serata Delle Eccellenze, ha ricevuto il riconoscimento di “Eccellenza Ciccianese” “per essersi contraddistinta nel campo dell’Arte e della Letteratura”. Elisabetta Panico sperimenta nel tempo libero altre forme di linguaggio espressivo, quali la poesia, la pittura, la fotografia, vestendo per un breve periodo anche i panni di cantautrice e musicista come leader del gruppo “Mine Vaganti”. Attualmente prende parte a varie mostre pittoriche e concorsi affini, che si svolgono nel territorio campano e nazionale.

Il Video dell'intervista ad Elisabetta Panico dalla Biblioteca Nazionale di Roma:

Alda Merini vista da Ninnj Di Stefano Busà

PUNTO, Almanacco della poesia italiana

PUNTO SCHEDA

Notizie dal mondo della Poesia